domenica 30 novembre 2008

Bossi Junior bocciato, l'ncredibile consiglio di un padano:" In fabbrica per dare l'esempio"



(l'asino padano)

di Paturnio

Vi consiglio la lettura dell'articolo pubblicato su "Il padano.com", in cui si consiglia a Bossi di mandare suo figlio in fabbrica per "dare l'esempio". Nell'articolo sono espressi tutti i concetti base della cultura del padano-tipo,sconosciuta ai più. Un'abisso di ignoranza e di assurdità difficilmente immaginabili, se non le si vedessero scritte. Vi consiglio anche il secondo articolo, molto divertente.

BOSSI JR IN FABBRICA: CHE ESEMPIO SAREBBE…
Caro dottor Ferrari,
ho pensato un po’ alla vicenda, un po' imbarazzante…, del figlio di Bossi pluribocciato e, dopo tutto, ne ho concluso che può essere interpretata come un segno dei tempi. Innanzitutto mi spiace per il ragazzo, che a me sembra finito tra l’incudine e il martello di due puntigli: quello del padre, che ha il noto caratterino!, e quello dei professori, che probabilmente al figlio di Bossi non vogliono regalare proprio nulla, diciamo così… E’ vero che questo nuovo esame fatto apposta per lui è avvenuto alla presenza di un ispettore mandato dalla Gelmini, così ho letto da qualche parte, per garantire l’imparzialità di giudizio, ma, dico io, in ogni valutazione si può usare la manica larga o quella stretta e tutto sarebbe comunque formalmente ineccepibile.

Così io credo che Renzo per passare quell’esame avrebbe dovuto essere uno studente da 7, mentre, se dovessi dare un giudizio ad occhio e croce, mi pare sia un tipo da 6 meno meno meno… Probabilmente quegli insegnanti sono meridionali; a dire la verità anche il giovane Bossi è per metà meridionale, ma il nome che porta può essere oggetto di una discriminazione che va oltre il colorito e il capello crespo. Allora ci voleva una prestazione superiore per mettere a tacere anche l’esaminatore più ostile, ma evidentemente il ragazzo non è un intellettuale o uno scienziato incompreso…

Allora, e qui torno al discorso sul segno dei tempi con cui ho iniziato questa lettera, che bello sarebbe se il padre prendesse la grande decisione di mandare il figlio a lavorare in fabbrica o in campagna! Sarebbe un segnale splendido, per tutti quei giovani padani che non sono tagliati per lo studio (non è mica una vergogna!) e vanno avanti per anni parcheggiati nelle università, così non mettono su famiglia e non fanno figli, contribuendo all’estinzione della Padania.

Caro Ferrari, lei mi dirà che queste cose le va ripetendo da tempo e infatti ho apprezzato molto il suo editoriale su “La falsa istruzione che ammazza la nostra civiltà”; condivido tutto: questa scuola che sforna ignoranti e disoccupati fa perdere il tempo migliore, soprattutto impoverisce la nostra società mettendo in naftalina le forze giovani che servono al ricambio. La Padania per restare viva ha bisogno di contadini ventenni, operai ventenni, padri e madri ventenni, e un giorno che immagino non lontano di combattenti ventenni. Allora spero che Bossi faccia del giovin virgulto un esempio eticamente valido per la gioventù padana: non un portaborse, non un cadregaro, non un “figlio di papà”, non la trota che aspetta di diventar delfino ma un lavoratore di 20 anni, cioè un ventenne vero uomo.

Fabio Giovenzana

Caro Renzo Bossi, forse è meglio studiare
di Tony Damascelli

Avete presente la frase da repertorio: i familiari sono stati avvertiti. Bene, stavolta non trattasi di un dramma, nessuna tragedia. Roba più piccola, tipo pagella, interrogazioni, voto. Il telefono è squillato ieri mattina a casa Bossi, giornata bianca, di neve e polenta, all’ora di pranzo, un carciofo spinoso come aperitivo: chiamata dal liceo Bentivoglio, un cognome non una garanzia, del Collegio arcivescovile di Tradate:«Purtroppo Renzo, vostro figlio, non ha superato la prova orale della maturità scientifica. A risentirci». Fine della comunicazione e dell’appetito. Prevedo che l’Umberto, uomo di parole e di fatti, debba aver cercato lo sguardo dell’erede, per la terza volta respinto all’esame, poi qualcosa dovrà pur avergli detto, lui che negli ultimi giorni, non appena incrociava il Renzo, subito gli sparava una domanda, dal diapason in giù, per saggiarne la preparazione, i tempi di reazione, in breve se avesse studiato o no. Sembrava che stavolta il ragazzo ricciuto ce l’avrebbe fatta, buoni segnali di impegno, sentori di apprendimento, va là che ci siamo, ci sei.
Così l’erede si era presentato al collegio il cui rettore, don Gaetano Caracciolo (tra nome e cognome la Padania sembra più lontana delle isole Faroer), il religioso, dicevo, negli ultimi tempi, aveva recitato qualche rosario supplementare dopo che la famiglia del senatùr si era appellata al tribunale amministrativo per annullare il fallimentare ma poco chiaro esame del ragazzo.
In attesa del verdetto, tuttavia, il buon Renzo aveva ottenuto la possibilità di ripresentarsi. Come prima, più di prima. Non è una canzone, però. Dopo la topica sulla «Valorizzazione romantica dell’appartenenza e delle identità», tesina ispirata al federalismo, al pensiero e alle opere di Carlo Cattaneo, una sorta di autogol casalingo, ecco che Renzo ci è ricascato ma con Albert Einstein, dalla storia alla fisica stesso totale, nonostante la presenza di un osservatore dell’Onu, cioè un ispettore mandato dalla Gelmini ministro, per capire, sapere, controllare che tutto filasse liscio, senza le ombre e i sospetti sollevati dal padre: «Se fossimo al Sud sarebbe già stato promosso», la denuncia, un classico, tanto per sottolineare che gli asini, al di sotto del Po, volano mentre su tirano la carretta. Per dimostrare che trattatasi di complotto e boicottaggio ecco una nuova interrogazione, su una nuova materia di studio.
Niente da fare, cambiando l’ordine dei fattori, della tesi, dei docenti il risultato non è cambiato, Renzo Bossi a casa, bocciato, un nome solo, e nemmeno al comando, sul tabellone dei risultati, una sola sentenza, respinto. Bossi junior, espletate le formalità, esaurita l’interrogazione, un’ora di domande e qualche minuto di risposte, non ha atteso di leggere il quadro con il giudizio, ha preso su, consapevole del nuovo guaio, ed è tornato a casa.
Qualche malignazzo dice che il giovane abbia deciso di dare ragione all’Umberto padre: «Mio figlio un delfino? Per il momento è soltanto una trota», così aveva detto, stracciando gli almanacchi su una staffetta politica di famiglia, senza giri di parole, andando al sodo, come sempre. Se a Napoli ogni scarafone è figlio a mamma sua, qui al Nord la blatta viene sostituita dal pesce d’acqua dolce. Dolce il Renzo lo è di sicuro, la zazzera nervosa e gli occhi veloci fanno impazzire le pupe di ogni frazione e fazione, non soltanto leghista, rispetto al fratello Riccardo non ha voglie di Isole dei famosi, piuttosto vorrebbe essere famoso nel continente nostrano della politica, dove suo padre regna indiscusso. Ma sussiste ’sto benedetto esame di maturità, la scuola privata la pensa come la scuola pubblica, lo scolaro non risponde alle richieste del corpo docente: «Non so che tipo di preparazione abbia svolto, presentandosi come privatista non ha seguito gli studi da noi», aveva commentato il don Gaetano, poco padano di cui sopra che però aveva firmato, nella stessa sessione, il diploma di Davide Ancelotti, figlio di tanto Carlo, un padano a denominazione di origine, sicuramente più preparato, non soltanto in tattica e cross dal fondo, materie quotidiane del padre.
Resta il dubbio, a questo punto, che la trota abbia scelto di finire in padella, oppure di dare ragione a un saggio dell’altro secolo: «Bocciate. Bocciate un po’ di figli del popolo. Che rimanga qualche idraulico» (pensieri e parole di Marcello Marchesi).

giovedì 27 novembre 2008

Chiaiano, l’Esercito denuncia i comitati:"Mai interrato l'amianto"



Giannini: «Mai interrato l’amianto, è vilipendio e procurato allarme». Ingombranti, al via maxi-intervento

DANIELA DE CRESCENZO ENRICA PROCACCINI Una denuncia per vilipendio delle forze armate e procurato allarme è stata presentata nei confronti dei responsabili del comitato «No alla discarica», del centro sociale «Insurgencia» e della «Rete campana salute e ambiente» dal vice di Bertolaso, il generale Franco Giannini. L’8 novembre scorso, all’Università Orientale i comitati avevano organizzato un dibattito per denunciare il ritrovamento di mucchi di amianto all’interno della discarica. Contemporaneamente i manifestanti avavano accusato i militari di aver scavato una vasca per interrarvi i rifiuti speciali. Qualche giorno dopo è comparso anche un video su Youtube che propone le immagini del presunto interramento e i comitati hanno presentato una denuncia alla magistratura. Ieri la reazione della struttura del commissariato che già subito dopo il ritrovamento dei rifiuti tossici e pericolosi lungo la strada che porta alla discarica aveva chiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Nel suo esposto il generale Giannini ha sostenuto: «Le dichiarazioni dei comitati inducono ad attribuire gravi responsabilità in capo al personale militare, dallo scrivente diretto, coordinato e rappresentato. In particolare vengono imputate all’operato dei militari, impegnati nello svolgimento delle attività propedeutiche all’allestimento della discarica di Chiaiano, addirittura condotte che qualora fossero state effettivamente realizzate costituirebbero fattispecie di reato (smaltimento illecito di rifiuti)». Ma le accuse, ribadisce il generale, sono assolutamente infondate: il comportamento dei militari è sempre stato corretto e quindi «è assai grave l’ipotizzata attività dei militari volta ad occultare i rifiuti pericolosi». E ieri, presentando l’intervento straordinario varato dalla struttura di Bertolaso in collaborazione con la Provincia sulle maggiori vie di comunicazione dell’hinterland napoletano, Giannini ha ribadito: «Siamo al lavoro per spostare i materiali inquinanti ritrovati nella cava di Chiaiano in discariche autorizzate: puliremo fino a trovare la roccia, così da essere sicuri che non ci sia nient’altro». Mentre si continua a lavorare a Chiaiano, va avanti la rimozione dei cumuli di rifiuti speciali abbandonati sui cigli delle strade (dall’asse mediano alla circumvallazione esterna) che dal primo dicembre saranno interessate dall’intervento straordinario della Provincia e del Sottosegretariato. Sono stati stanziati duecentomila euro per ripulire 120 chilometri dall’immondizia, sia normale sia speciale in 90 giorni. Ieri la firma del protocollo. «Riteniamo sia nostro compito - ha spiegato il presidente Dino Di Palma - collaborare in maniera fattiva per restituire ai cittadini strade pulite e avviarci al superamento definitivo dell’emergenza che ha interessato il nostro territorio. Diamo un aiuto concreto ai numerosi Comuni che non sono riusciti da soli a rimuovere rifiuti ingombranti». Alla ditta che si è aggiudicata l’appalto, la Castaldo di Acerra, toccherà per tre mesi occuparsi della rimozione dell’immondizia, della separazione dei rifiuti normali da quelli speciali e del loro conferimento in discarica o nelle piattaforme specializzate. Passaggio delicato dell'operazione sarà la riqualificazione della strada provinciale che da Napoli porta a Lago Patria per la presenza di alcuni campi rom. Per evitare che nelle strade ripulite tornino ad accumularsi i rifiuti, la Provincia ha stretto anche un accordo con la polizia provinciale per assicurare un pattugliamento delle aree recuperate. «Invitiamo i cittadini - ha sottolineato l’assessore provinciale all’Ambiente Giuliana Di Fiore -a segnalare al nostro numero verde 800801670 gli abusi ambientali».

Il Mattino 27 novembre 2008

martedì 25 novembre 2008

D'ALEMA E LATORRE COME GIANNI E PINOTTO? TUTTA LA STORIA



D'ALEMA E LATORRE: DALLA SCALATA BNL AL PIZZINO DI OMNIBUS

Leggete con attenzione la ricostruzione che Travaglio fa del rapporto fra Latorre e D'alema e le terribili conseguenze a cui andrà incontro il PD se non troverà una soluzione a questa faida interna in tempo utile. Secondo Travaglio, Veltroni perderà alle Europee e il PD passerà nelle mani di D'Alema e Latorre, ovvero due persone che dell'inciucio con il centro destra hanno fatto un programma politico e personale. Dovevano essere lasciati a casa, dice Travaglio, invece sono stati rieletti e le intercettazioni in cui compaiono entrambi non si possono utilizzare perchè il parlamento non ha concesso l'autorizzazione e il Parlamento Europeo non ha capito su cosa doveva esprimersi e ha votato contro il loro utilizzo, convinto di votare contro l'autorizzazione a procedere. Ho scelto Gianni e Pinotto, perchè Consorte e D'alema hanno parlato al telefono dicendosi l'un l'altro di stare attenti al telefono. D'Alema è considerato uno dei politici più intelligenti che abbiamo. E gli altri?

MARCO TRAVAGLIO, PASSAPAROLA LUNEDì 24 NOVEMBRE

"SENZA STATO Nè LEGGE" Testo dell'intervento:

"Buongiorno a tutti.
Innanzitutto un bel consiglio per gli acquisti: è uscita la raccolta con le seconde nove puntate di "Passaparola".
Si intitola: "Senza Stato, né legge". Lo dico perché ci autofinanziamo in questo modo ed è giusto far sapere che chi vuole, chi è interessato a conservare la serie dei nostri interventi, magari anche perché trova qualche difficoltà di collegamento o di linea, lo può fare. Ci manteniamo così, e se qualcuno ci da una mano possiamo continuare in futuro a mantenere vivo questo spazio.
Questa settimana parlerei di un signore, anzi due ma uno è legato all'altro, non esiste l'uno senza l'altro, che stanno terremotando quel poco che rimane ancora di opposizione o presunta tale in Parlamento.
Di questa coppia: D'Alema e Latorre. Sono un po' come Gianni e Pinotto. Viaggiano sempre in coppia.
Una volta uno era il capo l'altro il portaborse, poi a un certo punto il portaborse fu promosso e divenne addirittura senatore e vicecapogruppo dei DS al Senato e in questa legislatura vicecapogruppo del PD al Senato.
La massima autorità dopo Anna Finocchiaro dell'opposizione, immaginate come siamo messi.
Questo Latorre, tre anni fa, l'estate del 2005, fu beccato con i pantaloni in mano, praticamente, mentre allenava a bordo campo due dei tre scalatori delle scalate dei furbetti del quartierino: quello che stava aggredendo il Corriere della Sera, Ricucci, e quello che stava aggredendo la BNL, Consorte.
Mentre D'Alema fu preso soltanto mentre collaborava alla scalata di Consorte, cioè di Unipol, alla Banca Nazionale del Lavoro.
Oggi i due stanno tornando a far danni, non in ambito finanziario stavolta dove hanno già fallito tant'è che la BNL non è passata all'Unipol: i loro sforzi si sono rivelati vani oltre a essere dei poco di buono sono anche dei noti cialtroni quindi non riescono a portare a termine le loro furberie.
Oggi stanno creando danni perché Latorre è quello che ha screditato, ammesso che ce ne fosse bisogno, il PD andando a scrivere i testi su un pizzino a un suo omologo dall'altra parte, al vicecapogruppo del PDL Bocchino, nella famosa immagine carpita a Omnibus su La7.
Quando Bocchino è in difficoltà, Latorre lo soccorre.
Questo naturalmente ha prodotto un certo terremoto nel PD visto che certe cose si sono sempre fatte di nascosto, certi soccorsi rossi o rosè si sono sempre prestati al centrodestra ma senza farsi notare.
Stavolta era proprio sotto gli occhi delle telecamere, ci voleva un'intelligenza come quella di Latorre per arrivare a tanto e meno male che è successo così anche gli scettici possono vedere.
Non quanto siano uguali, non c'è niente di uguale tra PD e PDL, ma quanto sono complementari, come dicono Veltri e Beha, l'attuale maggioranza e l'attuale sedicente opposizione targata PD.
Devo dire che se si ci fosse in Italia l'attenzione che si deve prestare all'immediato, non dico al passato, già bastavano e avanzavano le telefonate di Latorre e D'Alema con Consorte - e per Latorre pure con Ricucci - per tagliare corto e dire "questi hanno fatto abbastanza danni, li rimandiamo a casa".
Invece no, c'è voluto un pizzino per capire chi è Latorre e naturalmente vedrete che questo pizzino verrà prontamente dimenticato e perdonato nel giro di pochi giorni perché da noi non paga mai nessuno per le malefatte.
Pensate soltanto a quante centinaia di migliaia di voti hanno fatto perdere questi signori con le scalate bancarie nella campagna elettorale che Prodi cominciò nell'autunno del 2005 in largo vantaggio e assottigliò fino al punto di pareggiare con Berlusconi nel 2006.
Era la campagna elettorale nella quale, giustamente, i giornali di Berlusconi usavano le intercettazioni di Fassino: "abbiamo una banca!".
Sputtanamento che poi proseguì quando poi uscirono quelle di D'Alema e Latorre in cui D'Alema, come vedremo, diceva a Consorte "facci sognare!".
Questi danni non sono mai stati pagati perché nessuno ha mai fatto i conti con quella stagione.
D'Alema, che non è stupido, capì, quando uscirono queste telefonate e l'anno scorso quando la Forleo le trasmise al Parlamento, che la base era completamente sconcertata.
Che bisognava tirarsi da parte per un po', inabissarsi come si dice in Sicilia: "calati, giunco, che passa la piena", in modo che la gente dimenticasse.
Oggi abbiamo dimenticato, ecco perché ne parliamo.
Bisogna rifare memoria di quelle telefonate perché nessuno ci ha fatto i conti e nessuno ha mai pagato il pedaggio.
Intanto di cosa parliamo? Del fatto che nell'estate del 2005, protetti dal governatore Fazio e dal Premier Berlusconi, ma anche dai vertici dei DS e della Lega Nord, una masnada di avventurieri, speculatori, immobiliaristi, palazzinari decide di mettere le mani su un pezzo dell'editoria, la più grande casa editrice indipendente dalla politica cioè la Rizzoli - Corriere della Sera, e su due banche strategiche come la Banca Nazionale del Lavoro e la Banca Antonveneta.
Gli scalatori agiscono, in apparenza, su tre fronti ma in realtà sono incrociati fra di loro perché le tre scalate sono una sola che si propone di ridisegnare a immagine e somiglianza di Fazio, Berlusconi, D'Alema e Bossi un pezzo del capitalismo e un pezzo dell'editoria italiana.
Le mani dei partiti, che ormai sono vassalli di questi finanzieri, su un pezzo di sistema bancario e un pezzo di sistema dell'informazione.
L'operazione non riesce perché fortunatamente c'è la procura di Milano che chiede le intercettazioni e fortunatamente c'è un GIP come Clementina Forleo che le concede, per cui vengono tutti preso con le mani nel sacco e il sorcio in bocca, con la coda che usciva ancora dalla bocca, mentre stanno tutti violando le regole penali e di borsa.
Che impongono, come voi sapete, a chiunque voglia prendersi un'azienda rastrellando le azioni di dichiararsi e uscire allo scoperto quando ha raggiunto il 30% del controllo azionario di quell'azienda.
Vuoi comprarti una banca? Quando arrivi al 30% devi dichiararti e lanciare l'OPA, cioè il resto delle azioni lo devi comprare sul mercato pagando le azioni ovviamente di più.
Se dichiari di voler comprare una società il valore delle azioni sale, i risparmiatori che hanno le loro azioni le vedono sopravvalutare, te le vengono a vendere, tu le compri e ti assicuri la società con benefici per tutto il mercato.
Così funziona una borsa democratica in un sistema di libera concorrenza. Così dice la legge Draghi, invece questi furbastri non volevano lanciare l'OPA e quindi accumulavano pacchetti azionari all'insaputa del mercato.
Addirittura, visto che non volevano nemmeno tirar fuori i soldi, per esempio Consorte, assicurandosi che le azioni della BNL le prendessero cooperative, società di prestanomi, finanziarie amiche sue senza vendergliele se no lui avrebbe dovuto comprargliele e non aveva i soldi.
Ricorderete che l'UNIPOL era grossa un quarto rispetto alla BNL che voleva comprare.
Era una pulce che voleva mangiarsi un elefante.
Quindi, per controllare l'elefante, la pulce si mise d'accordo con altre pulci perché ciascuna tenesse il suo pacchetto lì e occultamente restasse alleata con lui.
Perché? Perché c'era un altro pretendente a rilevare la BNL, il Banco de Bilbao dei Paesi Baschi, che come prevede la legge italiana aveva lanciato l'OPA e stavano aspettando di vedere chi entrava nella rete.
Loro compravano pagando, lui, Consorte, faceva il mosaico delle pulci per arrivare al 51% senza doversi dichiarare e strapagare queste azioni, in barba alla legge Draghi.
Questa è l'accusa che viene mossa a lui come a Fiorani per la scalata della Popolare di Lodi all'Antonveneta, come viene mossa a Ricucci per la scalata al Corriere della Sera anche se Ricucci, per lo meno, pur avendo secondo l'accusa tradito e truffato il mercato borsistico, i soldi ce li metteva.
Era molto liquido, Ricucci, con le compravendite mirabolanti di immobili.
Arriviamo nell'estate del 2005 quando si creano delle difficoltà.
Chi interviene a mantenere Consorte da una parte e gli altri? I politici.
I politici non sono i padroni dei finanzieri, intendiamoci, sono i finanzieri che sono padroni dei politici! I politici ormai sono delle spese di agnellini, di cani da compagnia, da riporto.
Che però possono servire per fare questo o quel favore, ma comanda il finanziere.
Abbiamo questo Consorte che parla con Latorre e con D'Alema che sono i suoi referenti al vertice dei DS anche sei i DS in quel momento avevano come segretario Fassino.
Il povero Fassino, ricorderete, nelle telefonate fa la figura del pirla, la figura del cornuto, quello che è l'ultimo a sapere le cose. A Fassino lo avvertono a cose fatte perché dicono, tra sé e sé, tanto lui non capisce.
Invece quelli che stanno nel cuore dell'operazione, insieme a Consorte, sono Latorre e D'Alema.
Infatti spesso Latorre passa il telefono a D'Alema nella speranza che così D'Alema sia immune da intercettazioni, pensate che intelligenza.
Quello che dici viene impresso sia che parli su un telefono sia che parli su un altro! Il fatto, poi, che fosse intercettato il telefono di Consorte fa si che Latorre potesse cambiare tutti i telefoni di questo mondo ma intanto quello che diceva finiva sempre nell'intercettazione del telefono di Consorte.
Questi politici passano per dei geni e in realtà sono talmente stupidi che uno fatica a credere che siano così stupidi!
Pensate soltanto che quando D'Alema viene a scoprire, non si sa da chi, grazie a una fuga di notizie che nessuno ha mai chiarito, che ci sono i furbetti del quartierino e addirittura il governatore Fazio sotto intercettazione, si affretta ad avvertire Consorte di stare attento alle telefonate.
E come lo avverte? Telefonandogli sul telefono intercettato!
Uno dice: "cos'è, un idiota?" No, è il politico più intelligente che abbiamo, quindi figuratevi gli altri!
Siamo al 5 luglio 2005, Latorre chiama Consorte:
"Beh, dimmi tutto caro. Come stanno le cose?"
Consorte: "Stiamo così, Nicò: allora diciamo che domani è il giorno chiave, perché l'ingnegnere - cioè Caltagirone che aveva azioni BNL e che speravano si schierasse con UNIPOL - e i suoi accoliti si sono defilati e vogliono vendere.
Allora ci sono due problemi: il prezzo, gli abbiamo offerto 2.6 € ad azione prendere o lasciare..."
Latorre: "ma che prendete il 26% di BNL?".
Consorte: "il 27%". Aveva il 27% di BNL.
"Minchia!" dice Latorre.
A un certo punto Consorte dice: "comunque è una cosa che voglio parlare con te e Massimo - D'Alema - a parte." Il problema adesso qual è?
Queste quote le devono comperare terzi, e già il 27% di BNL che Caltagirone vende mica se le prende Consorte, se no dovrebbe tirare fuori i soldi e non li ha.
E allora Latorre dice: "beh certo, non le potete prendere voi". Mica potete fare le cose regolari, dice giustamente Latorre... con quella faccia.
Consorte risponde: "esatto!". Chi è che compra per conto di Consorte? Le banche e le cooperative, quindi "io ho un problema di gara contro il tempo perché sto convincendo questi qui, ma ognuno di loro ha un problema specifico.
Cioè bisogna parlare con le cooperative, e convincerle, e bisogna parlare con Caltagirone perché ci stia al prezzo pattuito.
E allora Latorre dice: "ma che, devo far fare una telefonata a Massimo all'ingegnere?". Cioè deve far chiamare D'Alema a Caltagirone? Perché se Caltagirone lo chiama D'Alema... e beh, Caltagirone, palazzinaro, editore...
Consorte: "e guarda... ci ho riflettuto, per quello ho chiamato. Mi devi tempo, Nicola, fino a domani pomeriggio... è meglio che Massimo fa una telefonata".
Perché? Perché a questo punto se le cose non vengono fatte si sa per colpa di chi.
Poi noi non sappiamo se venga fatta la telefonata, è probabile che non venga fatta anche perché poi Caltagirone, ben conoscendo chi c'è dietro a Consorte, alla fine fa quello che gli dicono e che gli viene suggerito dal clima generale.
Tenete presente che siamo a pochi mesi dalla vittoria del centrosinistra, comunque la finanza aveva tutto l'interesse a favorire un gruppo come l'UNIPOL, così vicino ai DS.
A questo punto, passano alcuni giorni, e c'è un altro problema. Il 14 luglio del 2005, D'Alema parla con Consorte, sul telefono suo direttamente.
Lo chiama alle 9.46 per avvertirlo di aver parlato con Vito Bonsignore, che è un altro azionista della BNL, un europarlamentare dell'UDC, pregiudicato per corruzione - naturalmente, se no non stava in quel partito.
I due si sono parlati al Parlamento europeo, sono entrambi parlamentari europei: uno sta nell'UDC, l'altro nei DS. Uno gruppo popolari europei, l'altro gruppo socialista europeo. In teoria sarebbero su due fronti contrapposti, ma si ritrovano amorevolmente per parlare d'affari.
Perché? Perché l'UNIPOL ha bisogno che anche Bonsignore porti le sue quote in alleanza con Consorte onde evitare che si schieri con gli spagnoli del Bilbao, se no fuggirebbe una quota d'azioni.
E chi va a parlare con Bonsignore? Non ci va Consorte, ci va D'Alema e poi telefona a Consorte per dargli notizia di com'è andato il colloquio.
Dice: "parlo con l'uomo del momento?"
Consorte: "l'uomo del momento? Lo sfigato del momento!"
D'Alema: "a che punto siete?... no ma non mi dire nulla... no ti volevo dire una cosa..."
Consorte: "è tutto chiuso..."
D'Alema: "è venuto a trovarmi Bonsignore"
Consorte: "si, ci ho parlato ieri"
D'Alema: "che da un consiglio"
Consorte: "si, se rimanere dentro o vendere tutto."
Il problema è che Bonsignore chiede "volete comprarle, le mie azioni, o volete che me le tenga e resti alleato occultamente con voi?"
E' proprio quello che vuole Consorte: non le vuole comprare, le azioni, vuole mettere insieme a tante pulci anche Bonsignore col suo pacchetto in tasca.
Dice D'Alema: "voleva sapere se io gli chiedevo di fare quello che tu gli hai chiesto di fare..."
Cioè: è D'Alema che mi chiede questa cosa o solo Consorte?
Risponde Consorte: "ah ah!"
D'Alema: "Bonsignore voleva altre cose, diciamo..."
Consorte: "eh, immaginavo, non era disinteressato".
D'Alema: "voleva altre cose a latere su un tavolo politico. Ti volevo informare che io ho regolato, da parte mia".
Cioè io il favore politico gliel'ho fatto.
D'Alema prosegue: "lui mi ha detto che resta, ha detto che resta - cioè resta col pacchetto in mano, alleato dell'UNIPOL - è disposto a concordare con voi un anno, due anni - se le tiene lì un anno, due anni per fare da prestanome a Consorte - il tempo che vi serve"
Tanto D'Alema ha già fatto il favore politico in cambio.
Consorte: "sì sì, ma lì..."
D'Alema dice: "ehi Gianni, andiamo al sodo: se vi serve resta"
Consorte: "sì sì sì sì". E basta.
D'Alema: "e poi noi non ci siamo parlati, eh!"
Consorte: "no, assolutamente. Lunedì lanciamo l'OPA. Abbiamo finito".
Ecco, questi hanno già il controllo della banca e invece di lanciarla prima, la lanciano dopo. Quindi Consorte conclude confessando il suo aggiotaggio, cioè la sua truffa ai danni del mercato borsistico.
D'Alema, ovviamente, non fa una piega come non fa una piega Latorre nel sapere che questi le quote le fanno comprare da società bancarie e finanziarie anziché in proprio.
Ultima telefonata, che da il peso e il respiro politico del grande statista Latorre, è la telefonata che Latorre fa con Stefano Ricucci.
Sì, perché Latorre parlava anche con Stefano Ricucci mentre questo faceva la scalata al Corriere della Sera.
Questa è una telefonata del 18 luglio. Mentre Fassino telefona a Consorte dicendo: "allora, siamo padroni di una banca!", la famosa telefonata che lo ha sputtanato in piena campagna elettorale, pubblicata dal Giornale di Berlusconi, Latorre chiama Ricucci.
Ricucci ha pure fatto un grosso favore a Consorte, rilevando le quote nella BNL di Caltagirone e alleandosi con UNIPOL. Si sente quasi un diessino ad honorem, e lo dice a Latorre.
I due sono amiconi, affettuosissimi, come se fossero Berlinguer e Natta. Dato che le nuove generazioni sono questa farsa che abbiamo visto, qui invece di Berlinguer e Natta abbiamo Latorre e Ricucci.
Dice Latorre: "Stefano!"
Ricucci: "Eccolo, il compagno Ricucci all'appello!". Avrà avuto anche il pugno alzato, probabilmente.
Latorre: "ah ah!"
Ricucci: "Ormai questa mattina a Consorte gliel'ho detto eh: datemi una tessera - dei DS - perché io non ce la faccio più!"
Vedete che continua questa commistione: Ricucci telefona a Consorte per chiedergli una tessera dei DS, come se Consorte fosse il leader dei DS. E' la stessa confusione che aveva in testa Fassino quando diceva: "siamo padroni di una banca, anzi siete padroni di una banca".
Non capiva bene dove finivano i DS e cominciava l'UNIPOL, eppure uno è un partito e l'altro un'assicurazione. Pensate che roba.
"questa mattina a Consorte gliel'ho detto eh: datemi una tessera - dei DS - perché io non ce la faccio più!".
Latorre: "Ma ormai sei diventato un pericoloso sovversivo"
Ricucci: "eh si eh!"
Latorre: "Un pericoloso sovversivo rosso, oltretutto!"
Ricucci: "c'è anche il bollino, stamattina: ho preso da UNIPOL tutto, ho messo tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con UNIPOL quindi... non ti posso dire niente eh..."
Come dire "adesso mi dovete eterna gratitudine".
Latorre: "si si si... non possiamo... dobbiamo parlarci un po'".
Queste sono le telefonate che danno l'idea di come è ridotta la nostra politica, di come è succube della finanza, di come questi vengono portati al guinzaglio dai finanzieri, anche da strapazzo come quelli che abbiamo visto qui all'opera, senza un minimo di autonomia.
Poi parlano di autonomia della politica, di primato della politica. Ma quale primato? Qui i testi li scrivono Consorte e Ricucci e al massimo le musiche le fanno scrivere a D'Alema, Fassino e Latorre.
Penalmente parlando, di queste vicende non si potrà praticamente parlare perché il Senato continua a non rispondere alla Procura di Milano che vuole usare le telefonate per valutare se Latorre abbia concorso nell'aggiotaggio contestato a Consorte e recentemente il Parlamento Europeo ha risposto no alla richiesta della Procura di Milano di usare le telefonate per vedere se c'era un concorso di D'Alema nel reato di aggiotaggio contestato a Consorte.
Ma dal punto di vista politico, queste cose dovrebbero essere valutate e bisognerebbe valutare anche quel "no" del Parlamento Europeo.
Il Parlamento Europeo è stato intortato dalla commissione giuridica presieduta da Peppino Gargani di Forza Italia, tant'è che ha risposto dicendo: "ma non esiste più l'autorizzazione a procedere contro i parlamentari, perché ci chiedete l'autorizzazione a usare le telefonate? Usatele pure, tanto si possono processare i parlamentari in Italia dal 1993".
Ecco, è evidente che qualcuno l'ha raccontata male questa cosa, ai parlamentari europei, li ha intortati. E chi può averli intortati, visto che il presidente della commissione è di Forza Italia e tutti hanno votato, Forza Italia, DS, Margherita, Lega Nord, UDC, a favore di D'Alema. Perfino Bonsignore, del resto abbiamo visto i rapporti che c'erano col favore politico a latere.
Nessuno ha avuto il coraggio di raccontare ai parlamentari europei che l'Aula di Bruxelles non era chiamata a dare l'autorizzazione a procedere contro D'Alema, ma all'uso delle telefonate.
L'Italia è un Paese talmente tragicomico da avere una legge, la legge Boato, fatta dalla sinistra e dalla destra insieme che stabilisce che se il magistrato intercetta un delinquente a colloquio con un parlamentare, per usare le telefonate a carico del parlamentare, anche se l'intercettato era il delinquente, bisogna chiedere il permesso al Parlamento.
Dato che D'Alema era al Parlamento Europeo hanno chiesto a lui che ha risposto: "ma noi non siamo chiamati a dare l'autorizzazione a procedere".
Eh no! Siete chiamati a dare l'autorizzazione all'uso delle telefonate. Il fatto è che hanno risposto alla domanda "che ore sono?", "giovedì".
Con la risposta "giovedì", i magistrati che vogliono sapere che ora è non possono saperlo, cioè non potranno usare queste telefonate.
Il fatto che in malafede parlamentari italiani di centrodestra e centrosinistra si siano intortati l'intero Parlamento, da l'idea di come siamo malmessi e soprattutto di come saremmo meglio messi se almeno queste persone che da tre anni si sa che cosa fanno con gli impicci finanziari fossero state mandate a casa.
Invece, se tutto va bene, Veltroni perde le elezioni europee e il PD se lo prendono D'Alema e Latorre.
Passate Parola"

lunedì 24 novembre 2008

ABRUZZO-PDL-CHIODI-INVIARE CURICULUM-PIU'-LAVORO-PER-TUTTI

Il candidato alla presidenza della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi del PDL, ha promosso una sua personale campagna elettorale invitando i giovani abruzzesi ad inviargli il proprio curriculum. La promessa? Un lavoro migliore, un lavoro adeguato alle proprie capacità, un lavoro e basta. Lo spot via internet si chiama"Tutti i giovani del presidente" ed è accompagnato da un comunicato video in cui si parla "di censimento della formazione e della imprenditorialità. I giovani dovrebbero recarsi alle "bancarelle di Gianni" e lasciare nome e cognome, titolo di studio, attività svolta, aspirazioni lavorative, curriculum, indirizzo e mail. Iscriviti al tuo futuro. Con questo atto non esprimi una preferenza politica ma stai prenotando un incontro di selezione, di formazione e di avviamento al lavoro imprenditoriale. Entro il 31 Gennaio 2009 verrai convocato per la selezione e per il programma di formazione. ». Quando Chiodi ha saputo che il voto di scambio è punito dalla legge, ha pensato bene di far sparire il video da Youtube. Qualcuno, però, lo ha ripescato su un sito abruzzese, lo ha ripreso e lo ha ripostato su Youtube. A quel punto, se ne sono accorti tutti, anche i quotidiani nazionali, purtroppo sempre in ritardo di 48 ore sulla rete.

Abruzzo: e il candidato del Pdl offre lavoro
Gianni Chiodi, candidato del Pdl in Abruzzo, per la sua campagna elettorale ha avuto una trovata "antica": offrire lavoro in cambio di voti. Alla luce del sole, con un comunicato ma soprattutto con uno spot via internet. Non c'è andato per il sottile, Chiodi: ha dato alla sua iniziativa l'accattivante titolo "Tutti i giovani del presidente" e poi ha scritto un comunicato e ha prodotto un video in cui - come hanno denunciato i parlamentari del Pd eletti nella regione - «si parla di censimento della formazione e della imprenditorialità. I giovani dovrebbero recarsi alle "bancarelle di Gianni" e lasciare nome e cognome, titolo di studio, attività svolta, aspirazioni lavorative, curriculum, indirizzo e mail». «Lo spot - riferiscono ancora i parlamentari Vittoria D`Incecco, Tommaso Ginoble, Giovanni Legnini, Giovanni Lolli, Luigi Lusi, Franco Marini, Lanfranco Tenaglia e Livia Turco - dice "iscriviti al tuo futuro con questo atto non esprimi una preferenza politica ma stai prenotando un incontro di selezione, di formazione e di avviamento al lavoro imprenditoriale. Entro il 31 Gennaio 2009 verrai convocato per la selezione e per il programma di formazion". Non riusciamo a credere quanto in basso si è potuto cadere con questo atto». Quello proposti da Chiodi sarebbe un "voto di scambio", né più né meno: è questa la denuncia che sale da più parti. «Illudere in questo modo i giovani in una regione a forte disoccupazione, proponendo un voto di scambio, è un fatto ignobile - attacca Cesare Damiano, viceministro del Lavoro nel governo ombra -. Mi auguro che intervenga la magistratura». Gianni Chiodi «è un cattivo maestro - aggiunge Damiano - che dovrebbe ritirarsi dalla politica». «Con quale faccia Chiodi si candida a governare l`Abruzzo usando spot che promettono posti di lavoro?», si chiede il senatore del Pd Giorgio Tonini, e Pina Picierno, ministro ombra delle Politiche giovanili, incalza: «È un atto gravissimo che smaschera i metodi clientelari, ancora evidentemente ben radicati, della vecchia politica». E Claudio Fava, segretario nazionale di Sinistra Democratica, chiosa: «Chiodi ha forse voluto maldestramente superare il suo leader Berlusconi, che solo pochi mesi fa consigliava alle precarie di sposare un milionario». Quando poi ad attaccarlo è stato pure il segretario de La Destra, Francesco Storace («Non sa che il voto di scambio è punito dalla legge?»), Chiodi ha pensato bene di far sparire lo spot dal suo sito internet.
L'UNITA' 24 Nov 2008

Tremonti va alla fiera e spara ai barattoli di miele



Tremonti alla fiera di Rho

"Voglio ricordare che nella Bibbia c'è scritto che dal male viene il miele". "L'Italia ha un'economia solida"


"L'Italia ha un'economia solida"Economist: Italia 40sima in competitività
Il sistema del nostro Paese "e' piu' solido di quanto noi stessi siamo disposti a credere". Lo ha affermato il ministro per l'Economia, Giulio Tremonti, oggi alla Fiera di Rho, partecipando all'assemblea annuale della Federazione delle banche di credito cooperativo e casse rurali.

Il ministro dell'Economia Giulio Treomonti nel suo intervento all'assemblea annuale di Federcasse ha spiegato che «il problema non sono i parametri di Maastracht ma il problema è il debito pubblico e il mercato. Noi dobbiamo consolidare la fiducia verso di noi come emittenti del terzo debito pubblico più grande del mondo».
«Ci sono una serie di indicatori che non sono così negativi per noi. Ad esempio con grandi salvataggi negli Usa si passa dal debito privato al debito pubblico. In realtà bisognerebbe considerare il debito consolidato, la somma cioè del debito pubblico e di quello privato, una somma che in Italia è pari al 125% del Pil, in Germania è del 135% mentre negli altri paesi è meglio non parlare. Ci sono altre cose positive come ad esempio la nostra situazione nel settore manifatturiero. È giusto essere realisti ma non pessimisti perchè altrimenti si crea un circolo vizioso che genera rassegnazione, nuovo pessimismo e povertà, sia materiale che civile. Ci sono delle prospettive positive - ha concluso -voglio ricordare che nella Bibbia c'è scritto che dal male viene il miele».
ADNKRONOS 24 NOVEMBRE2008

Yoox

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