sabato 24 gennaio 2009

Internet:: Un Miliardo di Utenti

Il mondo è su Internet:in rete un miliardo di utenti

Traguardo simbolico: un sesto della popolazione mondiale si connette.
Cina e gli Stati Uniti i paesi dove si trovano il maggior numero di navigatori

WASHINGTON

Il mondo è sempre più online. In giro per il pianeta, per la prima volta più di un miliardo di persone, un sesto circa della popolazione mondiale, sono ora in grado di connettersi a Internet. La Cina e gli Stati Uniti sono i paesi dove si trovano il maggior numero di navigatori, ma è il versante pacifico dell’Asia più in generale a fare la parte del leone: il 41% degli accessi al web avvengono qui.

A proclamare il superamento del traguardo del miliardesimo internettiano è stata la società specializzata comScore, che si occupa di studiare il traffico sulla Rete. Secondo i ricercatori, l’evento è avvenuto nel mese di dicembre e rappresenta - nelle parole del presidente di comScore, Magid Abraham - «una significativa pietra miliare nella storia di Internet». Il miliardo di utenti è un’altra testimonianza, per Abraham, dell’esistenza di una «comunità globale sempre più integrata, e ci ricorda che il mondo sta diventando piatto». Il secondo miliardo di utenti, per gli esperti di comScore, «saranno online prima che ce ne accorgiamo e il terzo miliardo arriveranno ancora più in fretta».

In realtà il totale delle persone che sono ormai in grado di collegarsi al Web in tutto il mondo è probabilmente già assai più alto di un miliardo. La ricerca di comScore non tiene infatti conto degli utenti sotto i 15 anni e non calcola le connessioni da luoghi pubblici come gli Internet cafè e da cellulari e palmari. Ma già il dato sulle connessioni da casa e dagli uffici offre un panorama significativo. La Cina risulta in testa con 179 milioni di "visitatori unici" di siti web a dicembre (17,8% del totale globale), seguita dagli Usa con 163 milioni (16,2%). Tra i primi 15 paesi al mondo figura anche l’Italia, 12ma, con 20,7 milioni di utenti della Rete (2,1%).

Lo studio ha preso in esame anche la popolarità dei maggiori siti, con la galassia di realtà che fanno capo a Google che domina il panorama con 775 milioni di visitatori unici a dicembre (il 77% dell’audience planetaria è passato dai siti del colloso del web di Mountain View). Alle spalle di Google ci sono i siti Microsoft, con 646 milioni di visite, seguiti da Yahoo! (562 milioni), AOL (273 milioni) e l’insieme delle realtà della Fondazione Wikimedia, a cui fa capo la popolare enciclopedia aperta Wikipedia. Tra i dati più significati, a livello di popolarità dei siti, c’è il boom di Facebook, che domina tra i ’social networks’ con 221 milioni di iscritti e risulta essere cresciuto del 127% in un anno.
La Stampa 24 gennaio 2009

venerdì 23 gennaio 2009

Veronica Berlusconi: ''Veltroni scomparso, manca opposizione''


La 'first lady': ''Mio marito governerà ancora per dieci anni. Nel Pd servirebbe una figura nuova, giovane, capace di diventare leader''

Roma, 23 gen. (Adnkronos) - "Oggi in Italia manca un'opposizione. Dov'e'? Chi la fa? Si e' inaridita e questo non e' un bene neppure per il Governo. Un'opposizione forte costringerebbe la maggioranza a sforzarsi di essere migliore, a misurarsi su un livello di confronto politico piu' alto. Non c'entra essere di destra o di sinistra, il punto e' che cio' sarebbe di aiuto al Paese. Invece la maggioranza pensa a sfruttare il fatto di avere un avversario debole, non a elevare la coscienza collettiva. E mio marito governera' ancora per dieci anni". Lo dice Veronica Berlusconi in un'intervista a 'La Stampa'.

Indice puntato quindi contro il Pd e il segretario Walter Veltroni. "Mi era piaciuto -sottolinea la first lady- il discorso che aveva fatto a Torino per lanciare la sua sfida, ma ora tutto questo mi sembra andato perduto. E' scomparso dalla scena e non vedo qualcun altro capace di prenderne il posto e di impugnare saldamente il timone del Pd". Servirebbe "una figura nuova, giovane, capace di diventare leader".

Parlando dell'insediamento di Barack Obama e piu' in generale dello spirito che anima la politica statunitense, Veronica Berlusconi osserva che "in un momento di grave crisi come questo Obama rappresenta la grande speranza e anche da un punto di vista fisico non potrebbe incarnarla meglio. E' un bell'uomo, e' giovane, e' sano, ha una splendida famiglia. Insomma, e' perfetto per dare fiducia alle attese degli americani. D'altronde, viviamo nella societa' dell'immagine e anche questo aspetto contera' qualcosa, no?".

La 'first lady' ricorda il ringraziamento durante la cerimonia a George W. Bush, ma anche "quanto accaduto a novembre, la notte dopo il voto, quando il senatore repubblicano John McCain non solo aveva riconosciuto la vittoria di Obama, ma si era subito preoccupato di rivolgersi a lui chiamandolo 'il mio presidente' e assicurandogli la disponibilita' a lavorare insieme". "Gesti che fanno aumentare la statura di un uomo politico, ma soprattutto sono un grande messaggio indirizzato ai cittadini. Altro che l'Italia....", dove centrodestra e centrosinistra, "restano invischiati nel gioco dell'uno contro l'altro, senza pensare all'interesse comune, generale, superiore. C'e' un problema di maturita', di non riuscire a rendersi conto che un politico dovrebbe guardare a orizzonti piu' ambiziosi, di lungo respiro, non soltanto a cercare vantaggi immediati, ma poco utili alla crescita del Paese. Perche' in democrazia le elezioni sono una tappa del percorso, non il giudizio dell'Apocalisse".
23 gennaio 2009

SARDEGNA: DI PIETRO, CAPPELLACCI? NON SO CHI SIA…

(AGI) - Olbia, 23 gen. - “E’ un cappello di Berlusconi, mi pare. Non so chi sia, non posso giudicare”. Lo ha detto all’Agi Antonio Di Pietro giocando con il nome di Ugo Cappellacci in risposta a una domanda relativa a un parere sul candidato del centrodestra per le elezioni regionali sarde del 15 e 16 febbraio. Dopo una breve conferenza stampa nella sala arrivi dell’aeroporto di Olbia, Di Pietro e’ partito in auto alla volta di Palau dove si imbarchera’ sul traghetto per La Maddalena. Nell’isola che a luglio ospitera’ il G8, il leader dell’Italia dei valori terra’ un incontro pubblico all’hotel Miralonga. Alle 15.30 sara’ all’ufficio di turistico di Tempio Pausania. Alle 16.45, a Olbia, terra’ un briefing con i giornalisti nella sala riunioni dell’Expo di Olbia per poi, alle 17.30, partecipare all’assemblea del partito che si terra’ nella sala rossa dell’Expo, nel centro storico della citta’ gallurese. (AGI)

DI PIETRO: BERLUSCONI IN SARDEGNA PER SUOI INTERESSI

"Berlusconi viene in Sardegna perche' ha i suoi interessi nell'Isola, viene per gli affari suoi e per quelli dei suoi amici". Lo ha detto a Olbia, Antonio Di Pietro, rispondendo a una domanda sulla decisione del premier di trascorrere in Sardegna tutti i week end prima delle elezioni regionali. "Invito i sardi - ha continuato Di Pietro - a riflettere sulla strumentalizzazione che si sta facendo. La destra, quando ha governato, ha indebitato la Sardegna. Berlusconi, viene nell'Isola per fare qualche speculazione edilizia. Io, quando sono venuto qui da ministro, ci ho messo soldi per le infrastrutture. Berlusconi li sta togliendo. Sta facendo qui quello che fa a Roma: gli interessi e gli affari suoi".


(23 gennaio 2009)

SARDEGNA: DI PIETRO, BENE SORU; LONTANO DA LOGICHE DI PARTITO

(AGI) - Olbia, 23 gen. - “Sulle questioni di giustizia non facciamo sconti a nessuno, neanche a mio figlio. Ma in Sardegna, come nel resto d’Italia, c’era bisogno di una persona che sia il piu’ distante possibile dalle logiche di partito e che possa scegliere rispondendo direttamente agli elettori. Renato Soru ha dimostrato, a costo di mettere a repentaglio la coalizione, di rispondere a questi requisiti”. Lo ha affermato il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, appena sbarcato all’aeroporto di Olbia, in risposta a una domanda sulla scelta del partito di appoggiare Renato Soru alle prossime regionali sarde e sul coinvolgimento del Governatore uscente nell’inchiesta giudiziaria sull’appalto per la pubblicita’ istituzionale per la Regione. (AGI)

Cli/Sol

Soru: il Titanic affonda, Berlusconi balla. Cala il consenso del governo

VERSO LE ELEZIONI REGIONALI
Sanluri, dai dipendenti Us Navy al gasdotto lo scontro si fa duro
Piero Mannironi
SANLURI. E’ dalla sua terra, il Campidano solare dalle robuste radici contadine e solidali, che Renato Soru spedisce dardi acuminati contro colui che, sempre di più, sembra essere il suo vero antagonista in questa intensa campagna elettorale. E cioé il premier Silvio Berlusconi, sceso pesantemente in campo con tutto il peso del suo ruolo e del suo carisma. E Soru ha capito benissimo che in questo scontro asimmetrico si sta giocando una posta politica molto alta.
Secondo gli ultimi sondaggi, infatti, il peso della crisi economica sta erodendo il consenso per il governo e per la sua stessa leadership. E poi, le regionali in Sardegna rappresentano il vero test politico prima delle Europee. Il caso Abruzzo, intossicato da un terremoto giudiziario, non fa infatti testo. E allora Berlusconi ha scelto di mettersi in gioco per aiutare il suo candidato Ugo Cappellacci, che così è rimasto schiacciato dalla debordante personalità del Cavaliere e in questa partita finora sembra quasi relegato a un ruolo di comparsa.
Oggi, a Serrenti e a Sanluri, tra la “sua gente”, Soru ha risposto alle punzecchiature di Berlusconi evitando di scivolare nelle facili semplificazioni. E cioé smascherare platealmente le astuzie del premier. Per esempio: l’intervento sul ministro Claudio Scajola, perché costringa Scaroni e rivedere i programmi dell’Eni che stanno mettendo in pericolo la chimica in Sardegna; oppure, il prendersi il merito politico sulla costruzione del gasdotto che collegherà la Sardegna all’Algeria; o ancora, sbloccare la situazione degli ex dipendenti della base della Us Navy alla Maddalena. Aplomb sì, ma alla fine qualche siluro Soru l’ha lanciato.
Dal palco del teatro comunale di Serrenti, pieno fino all’inverosimile, il presidente uscente della Regione ha soprattutto contrapposto un modo diverso di declinare la politica. A cominciare dal suo lessico, dalla sua immagine, per scendere poi giù, fino alla sostanza. Alla sorridente suadenza dell’ottimismo ha infatti risposto con la consapevolezza della serietà dei problemi in questa stagione grigia di crisi. «Sono elezioni importantissime, queste - ha detto -. Perché la Sardegna è chiamata a scegliere tra la politica delle battute e degli slogan e quella del fare e delle speranze che sono dentro un progetto che deve essere vissuto da tutti. Non si può oggi semplificare e scegliere tra chi è simpatico e chi no, tra chi promette e chi propone un percorso concreto. E infatti Berlusconi viene ogni settimana, qui in Sardegna, per dirci che nell’isola le cose vanno male perché c’è Soru. Invita tutti all’ottimismo quando, proprio ieri, il nuovo presidente americano Obama ha detto che questa è una crisi più dura di quanto ci vogliano far credere. Il presidente del Consiglio è come il comandante del Titanic che, mentre la nave affonda, invita i passeggeri a continuare a ballare, invece di darsi da fare per allestire le scialuppe e trovare i salvangente».
Soru ha poi parlato del “dimagrimento” della Regione che, in questi cinque anni, ha visto una riduzione del 40% dei suoi costi di gestione. «Risorse - ha detto - che abbiamo recuperato per poi investirle nel nostro progetto di una Sardegna solidale, capace di trovare dentro di sé la forza e la capacità di crescere. E gran parte delle nostre risorse, anche quelle che abbiamo ottenuto dopo una dura battaglia sulle rimesse fiscali, le abbiamo investite nell’istruzione, nella cultura, nel sapere. Cioé in quella ricchezza che sono i giovani, con le loro passioni, i loro progetti, i loro sogni. Ecco perché abbiamo aiutato la scuola pubblica. Ogni autonomia scolastica ha avuto un aiuto dalla Regione: solo nell’ultimo anno sono stati dati circa quaranta milioni di euro. C’è invece chi pensa che quello sia solo un capitolo di spesa da tagliare. Ma cosa ne sanno questi signori della Sardegna? Conoscono forse quella Sardegna, ricca di tradizioni e di orgoglio, dispersa in tanti piccoli paesi, che si troverebbero addirittura senza un presidio dell’istruzione pubblica? Tutti devono avere le stesse opportunità e l’istruzione renderà ricchi di consapevolezza. L’Unione Europea ha previsto che nei prossimi anni il 60/70% degli occupati avrà un’istruzione superiore a quella attuale. Ecco, allora io dico che la disoccupazione si combatte con la cultura e la conoscenza».
Per Cappellacci, solo un’allusione: «Ma i sardi possono votare una persona che non si capisce nemmeno che programma abbia? Che ciò che dice in questa campagna elettorale viene “aggiustato” e corretto una volta la settimana da chi viene da fuori per aiutarlo e sostenerlo. E poi, quel signore non riesce a risolvere i problemi del Paese, e dice che risolverà quelli della Sardegna!».
Poi, subito aggiunge: «A questa campagna elettorale delle promesse e dell’immagine noi contrapponiamo quella paziente e faticosa di andare paese per paese, casa per casa. Perché i problemi che dobbiamo affrontare sono di tutti e la strada che si deve percorrere la dobbiamo percorrere tutti insieme».
Dopo aver difeso la scelta di tutela ambientale e del blocco dell’alluvionale crescita del cemento sulle coste, quella della promozione di un turismo diffuso e intelligente, quella della promozione della raccolta differenziata dei rifiuti e quella di una sanità pubblica capace di dare servizi sempre migliori ai cittadini, Soru è tornato a “pizzicare” il premier: «Nei giorni scorsi, Berlusconi ha detto che andrà in Algeria e ci porterà il gas. E’ il loro modo di fare di sempre, di imbrogliare. Sì, perché il progetto Galsi parte da lontano e il presidente del Consiglio si dimentica che un anno e mezzo fa, ad Alghero, Prodi e il presidente Bouteflika hanno firmato tutti gli accordi. Il gasdotto si sta già realizzando e nella sua costruzione saranno coinvolte anche le imprese sarde. Poi, Berlusconi ha detto che finanzierà la Sassari-Olbia. Ma non ha detto che la Regione si era già mossa e il progetto si è sbloccato grazie ai fondi del G8. Quegli stessi fondi che il presidente del Consiglio ha cercato di togliere alla Sardegna. Forse pensava di dirottarli verso l’Expo di Milano».
Alla fine della serata, l’appuntamento con il mondo del volontariato a Sanluri, il suo paese. Qui Renato Soru ha condiviso la parola d’ordine degli ospiti: «La civiltà di una comunità si misura dal grado di solidarietà». Ma ha anche detto come sia cambiato il rapporto tra istituzioni e volontariato: «Un’ambulanza per il 118 non è più il favore di un politico amico, ma è un diritto. Per questo, ogni comune e ogni associazione ha avuto una risposta. E infine, il servizio 1533, che partirà dal primo febbraio. Attraverso questo numero sarà possibile trovare risposte ai propri problemi sanitari non solo nell’Asl di residenza, ma in tutta la regione».
(l'Unione Sarda 22 gennaio 2009)

giovedì 22 gennaio 2009

OBAMA: IL PRIMO GIORNO DELLA FIRST FAMILY

di Luciano Clerico

WASHINGTON - "Adesso la normalità è qualcosa di relativo". Michelle Obama lo dice con 'cuore di mamma' nella prima intervista diffusa in America da quando è first lady (ma registrata prima che lo diventasse). Per la nuova first family ci vorrà tempo per abituarsi alla nuova vita che, per quanto lo voglia, non può essere normale. Lo dimostra il 'day one', il primo giorno vissuto alla casa Bianca. E' stata una giornata molto speciale non solo perché è cominciata col primo risveglio alla Casa Bianca, ma anche perché risentiva - inevitabilmente - delle fatiche del giorno precedente: tra giuramenti, parate e balli inaugurali per Barack e Michelle Obama l'inauguration day è cominciato alle 7 del mattino e si è concluso solo a tarda notte. Inoltre, come promesso in campagna elettorale, la Casa Bianca oggi è stata aperta al pubblico, e sia per le fatiche di ieri, sia per l'eccitazione di oggi, a Sasha e Malia Obama i genitori hanno concesso un giorno di riposo speciale: niente scuola. "Ma solo per oggi - ha precisato Michelle nell'intervista alla ABC, registrata lunedì sera al concerto per i bambini tenutosi alla vigilia del giuramento, e diffusa oggi dall' emittente nell'ambito della trasmissione 'Good Morning America' - E solo perché oggi abbiamo deciso di tenere una 'open house', la casa aperta". Per il primo giorno gli Obama lo avevano promesso ai volontari della campagna elettorale che le porte della Casa Bianca sarebbero state aperte, e la promessa va mantenuta. "Abbiamo pensato che per Sasha e Malia possa essere una buona cosa restare a casa e vivere questa esperienza". Ma da domani le bambine torneranno alla Sidwell School, la loro nuova scuola di Washington, perché per loro è importante che la nuova vita sia "la più normale possibile, anche se adesso la normalità è una cosa relativa". "E' per questo che sono contenta della decisione di mia madre di venire a vivere con noi - ha aggiunto la first Lady riferendosi alla madre Marian - perché la sua presenza rende un po' più facile la mia vita di madre. E' di grande sollievo per me sapere che, quando io non posso, mia madre è a casa con Sasha e Malia". Questi comunque sono momenti speciali per tutti. Infatti come per i loro genitori, così anche per Sasha e Malia la prime ore vissute da first daughters sono state particolari: mentre Barack e Michelle erano fuori a ballare, per loro è stata organizzata alla Casa Bianca una caccia al tesoro, alla quale hanno partecipato sia i nuovi compagni di scuola della Sidwell School di Washington, sia alcuni amici arrivati da Chicago per l'inaugurazione. Tutti i bambini si sono particolarmente divertiti al gioco, perché il 'tesoro' era nascosto dietro l'ultima porta: erano i Jonas Brothers in persona, la band giovanile che presso i giovanissimi oggi va per la maggiore, non solo negli Stati Uniti.

luciano.clerico@ansa.it

mercoledì 21 gennaio 2009

GIURAMENTO OBAMA:TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DI INSEDIAMENTO

Il giuramento di Barack Obama, 44esimo presidente degli Stati UnitiWashington, 20 gennaio

2009 - Il testo integrale del discorso inaugurale di Barack Obama come presidente degli Stati Uniti d’America.

Rimettiamoci al lavoro insieme per ricostruire una grande America

di BARACK OBAMA

OGGI mi trovo di fronte a voi, umile per il compito che ci aspetta, grato per la fiducia che mi avete accordato, cosciente dei sacrifici compiuti dai nostri avi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio reso alla nostra nazione, e per la generosità e la cooperazione che ha mostrato durante questa transizione.
Quarantaquattro americani hanno pronunciato il giuramento presidenziale. Queste parole sono risuonate in tempi di alte maree di prosperità e di calme acque di pace. Ma spesso il giuramento è stato pronunciato nel mezzo di nubi tempestose e di uragani violenti. In quei momenti, l’America è andata avanti non solo grazie alla bravura o alla capacità visionaria di coloro che ricoprivano gli incarichi più alti, ma grazie al fatto che Noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati e alle nostre carte fondamentali.
Così è stato finora. Così deve essere per questa generazione di americani.
E’ ormai ben chiaro che ci troviamo nel mezzo di una crisi. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e di odio che arriva lontano. La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell’irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. C’è chi ha perso la casa. Sono stati cancellati posti di lavoro. Imprese sono sparite. Il nostro servizio sanitario è troppo costoso. Le nostre scuole perdono troppi giovani. E ogni giorno porta nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo le risorse energetiche rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.
Questi sono gli indicatori della crisi, soggetti ad analisi statistiche e dati. Meno misurabile ma non meno profonda invece è la perdita di fiducia che attraversa la nostra terra - un timore fastidioso che il declino americano sia inevitabile e la prossima generazione debba avere aspettative più basse.
Oggi vi dico che le sfide che abbiamo di fronte sono reali. Sono serie e sono numerose. Affrontarle non sarà cosa facile né rapida. Ma America, sappilo: le affronteremo.
Oggi siamo riuniti qui perché abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura, l’unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia.
Oggi siamo qui per proclamare la fine delle recriminazioni meschine e delle false promesse, dei dogmi stanchi, che troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.
Siamo ancora una nazione giovane, ma - come dicono le Scritture - è arrivato il momento di mettere da parte gli infantilismi. E’ venuto il momento di riaffermare il nostro spirito tenace, di scegliere la nostra storia migliore, di portare avanti quel dono prezioso, l’idea nobile, passata di generazione in generazione: la promessa divina che tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza.
Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, ci rendiamo conto che la grandezza non è mai scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie, non ci siamo mai accontentati. Non è mai stato un sentiero per incerti, per quelli che preferiscono il divertimento al lavoro, o che cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama.
Sono stati invece coloro che hanno saputo osare, che hanno agito, coloro che hanno creato cose - alcuni celebrati, ma più spesso uomini e donne rimasti oscuri nel loro lavoro, che hanno portato avanti il lungo, accidentato cammino verso la prosperità e la libertà.
Per noi, hanno messo in valigia quel poco che possedevano e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita.
Per noi, hanno faticato in aziende che li sfruttavano e si sono stabiliti nell’Ovest. Hanno sopportato la frusta e arato la terra dura.Per noi, hanno combattuto e sono morti, in posti come Concord e Gettysburg; in Normandia e a Khe Sahn.Questi uomini e donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato finché le loro mani sono diventate ruvide per permettere a noi di vivere una vita migliore. Hanno visto nell’America qualcosa di più grande che una somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita, censo o fazione.
Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo la nazione più prospera, più potente della Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi rispetto a quando è cominciata la crisi. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari di quanto lo fossero la settimana scorsa, o il mese scorso o l’anno scorso. Le nostre capacità rimangono inalterate. Ma è di certo passato il tempo dell’immobilismo, della protezione di interessi ristretti e del rinvio di decisioni spiacevoli. A partire da oggi, dobbiamo rialzarci, toglierci di dosso la polvere, e ricominciare il lavoro della ricostruzione dell’America.
Perché ovunque volgiamo lo sguardo, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede un’azione, forte e rapida, e noi agiremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita.
Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci legano gli uni agli altri. Restituiremo alla scienza il suo giusto posto e maneggeremo le meraviglie della tecnologia in modo da risollevare la qualità dell’assistenza sanitaria e abbassarne i costi.
Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche.E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo.
Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni - pensando che il nostro sistema non può tollerare troppi grandi progetti. Costoro hanno corta memoria. Perché dimenticano quel che questo paese ha già fatto. Quel che uomini e donne possono ottenere quando l’immaginazione si unisce alla volontà comune, e la necessità al coraggio.
Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. Laddove la risposta sia positiva, noi intendiamo andare avanti. Dove sia negativa, metteremo fine a quelle politiche. E coloro che gestiscono i soldi della collettività saranno chiamati a risponderne, affinché spendano in modo saggio, riformino le cattive abitudini, e facciano i loro affari alla luce del sole - perché solo allora potremo restaurare la vitale fiducia tra il popolo e il suo governo.
La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.
Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che garantisca l’autorità della legge e i diritti dell’individuo, una carta che si è espansa con il sangue delle generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e noi non vi rinunceremo in nome di qualche espediente. E così, per tutti i popoli e i governi che ci guardano oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove è nato mio padre: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta.
Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell’umiltà e del ritegno.
Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l’Iraq alla sua gente, e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.
Perché noi sappiamo che il nostro retaggio “a patchwork” è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l’amaro sapore della Guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell’oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odi prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l’America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.
Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull’Occidente i mali delle loro società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno.
Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d’acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare l’indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti. Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso.
Se consideriamo la strada che si apre davanti a noi, noi dobbiamo ricordare con umile gratitudine quegli americani coraggiosi che, proprio in queste ore, controllano lontani deserti e montagne. Essi hanno qualcosa da dirci oggi, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington mormorano attraverso il tempo. Noi li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché essi incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare significato in qualcosa più grande di loro. In questo momento - un momento che definirà una generazione - è precisamente questo lo spirito che deve abitare in tutti noi.
Per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E’ la gentilezza nell’accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto, che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E’ il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino.
Forse le nostre sfide sono nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo forse sono nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - lavoro duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - tutto questo è vecchio. Sono cose vere. Sono state la forza tranquilla del progresso nel corso di tutta la nostra storia. Quel che è necessario ora è un ritorno a queste verità. Quel che ci viene chiesto è una nuova era di responsabilità - il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo un dovere verso noi stessi, la nostra nazione, il mondo, doveri che non dobbiamo accettare mugugnando ma abbracciare con gioia, fermi nella consapevolezza che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile.
Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.
Questa è la fonte della nostra fiducia - la consapevolezza che Dio ci ha chiamato a forgiare un destino incerto.
Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti.
Perciò diamo a questa giornata il segno della memoria, di chi siamo e di quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno in cui l’America è nata, nel più freddo dei mesi, una piccola banda di patrioti rannicchiati intorno a falò morenti sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui l’esito della nostra rivoluzione era in dubbio come non mai, il padre della nostra nazione ordinò che si leggessero queste parole al popolo:
“Che si dica al futuro del mondo… che nel profondo dell’inverno, quando possono sopravvivere solo la speranza e la virtù… Che la città e la campagna, allarmate da un pericolo comune, si sono unite per affrontarlo”.
America. Di fronte ai nostri pericoli comuni, in questo inverno dei nostri stenti, ricordiamo queste parole senza tempo. Con speranza e virtù, affrontiamo con coraggio le correnti ghiacciate, e sopportiamo quel che le tempeste ci porteranno. Facciamo sì che i figli dei nostri figli dicano che quando siamo stati messi alla prova non abbiamo permesso che questo viaggio finisse, che non abbiamo voltato le spalle e non siamo caduti. E con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l’abbiamo consegnato intatto alle generazioni future.
(LA REPUBBLICA 20 gennaio 2009)

Yoox

0.1 Special banner