giovedì 31 dicembre 2009

AGGRESSIONE A BERLUSCONI: PER LA TV TEDESCA E' UN FILM DI OLIVER STONE

domenica 27 dicembre 2009

AGGRESSIONE BERLUSCONI: ANALISI DETTAGLI PARTE PRIMA (VIDEO)

sabato 26 dicembre 2009

Berlusconi: Chiudere le fabbriche dell'odio.(Le uniche rimaste aperte)

Dai festini al Natale dell'amore


di Paturnio

Non finisce di stupirci il nostro premier, che inneggia all'amore, ma non a quello per le adorate ragazze che animavano le feste a Villa Certosa o a Palazzo Grazioli.No, lui ora vuole amore anche in politica.Vorrebbe abbracciare Bersani, Casini, ecc. e lavorare con amore per il paese.L'unico a cui non si estende questa ventata di amore, è Di Pietro.Lui va escluso, emarginato, additato.Perchè? Perchè è l'unico che non ci casca, l'unico che resiste, l'unico che non si commuove.Eh, sì: Di Pietro ha il cuore di pietra.

Berlusconi: contrastare menzogne e odio

Telefonata al Tg1. Poi la battuta: sono stato fortunato, se fossi finito sottoterra con la neve e il gelo di Milano...



ROMA - «Ho pensato che davvero dobbiamo contrastare» queste «fabbriche di menzogne, di estremismo e anche di odio». Così il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nel corso di un collegamento telefonico con il Tg1, ha commentato, parlando di «incredulità» di tutti gli italiani, l'aggressione al pontefice, riprendendo un concetto già espresso giovedì nel corso di un intervento a «Radio Anch'io». , anche se la stessa autrice del gesto, Susanna Maiolo, ha ammesso di non avere avuto intenzione di fare del male al pontefice. Il suo, insomma, non sarebbe stato un gesto di aggressione vera e propria, come quello capitato dieci giorni fa al capo del Pdl al termine del comizio per la Festa del tesseramento, a Milano.

NATALE «SOTTOTERRA» - Il premier ha poi annunciato che riprenderà l'attività politica a pieno ritmo il prossimo 7 gennaio. Quanto alle proprie condizioni di salute, Berlusconi ha spiegato: «Comincio già a stare meglio, sono più guardabile e oggi ho ricominciato anche a mangiare cibi solidi. Soprattutto sono sereno, perchè penso continuamente al fatto di essere stato fortunato perchè altrimenti avrei potuto passare un Natale sottoterra e con questa neve e questo gelo che ci sono a Milano e del Nord non sarebbe certo stato piacevole».

«AVANTI VERSO LE RIFORME» - «Sono stato fatto oggetto di un'attenzione e di un affetto che ha dell'incredibile, c'è stato un pellegrinaggio continuo ad Arcore, ho ricevuto più di 200 mazzi di fiori e mi hanno chiamato tutti i leader dei Paesi amici - ha poi commentato il premier rispondendo al giornalista che gli chiedeva dei propositi per il 2010 -. Questo mi risarcisce di tutte le calunnie di cui sono stato oggetto nell'anno che ci sta alle spalle e che mi da la forza di guardare al futuro con ottimismo e fiducia e con l'ottimismo di continuare a lavorare con passione nell'interesse di tutti». In particolare in direzione di «quelle riforme che sono necessarie per migliorare la vita di tutti noi».


Corriere della Sera 25 dicembre 2009

mercoledì 23 dicembre 2009

Berlusconi:"Ho perdonato Tartaglia"

Il premier: non può passare concetto che si possono aggredire istituzioni.
Il padre del fermato: felice del gesto
ROMA
Silvio Berlusconi ha perdonato Massimo Tartaglia, l’uomo che lo ha aggredito una settimana fa a Milano, ma allo stesso tempo ritiene che nel giudicare il suo gesto la magistratura debba tenere conto del fatto che si può far passare il messaggio che si può aggredire il presidente del Consiglio che resta una istituzione da difendere. È, secondo quanto si apprende da chi ha potuto ascoltarlo, il ragionamento svolto dallo stesso Berlusconi da Arcore nel corso di una conference call con la sede del Pdl di Roma per gli auguri natalizi.

Umanamente l’ho perdonato, ha detto Berlusconi ritornando sull’aggressione di piazza del Duomo, sempre secondo il resoconto di chi ha potuto ascoltarlo. Sapete che non so portare rancore, ha aggiunto rivolgendosi agli interlocutori che lo ascoltavano dalla sede di via dell’Umiltà. Detto ciò, il premier ha sottolineato l’importanza che il gesto di Tartaglia non sia sottovalutato. Il suo ragionamento è stato il seguente: non deve passare il messaggio che si può andare in giro e colpire liberamente il presidente del Consiglio che rappresenta un’istituzione; il rischio è che altrimenti parta un tiro al bersaglio. Nel motivare le sue osservazioni, Berlusconi ha poi ricordato che se la statuetta fosse stata lanciata qualche centimetro più in alto lui sarebbe finito «sotto terra» o avrebbe perso un occhio.

«Sono felice che il presidente del Consiglio abbia accettato le scuse di Massimo Tartaglia». Così l’avvocato Daniela Insalaco, legale di Massimo Tartaglia, ha commentato a caldo la notizia del perdono annunciato dal premier Silvio Berlusconi nei confronti dell’uomo che domenica 13 dicembre lo ha ferito al volto dopo il comizio in piazza Duomo. «Penso che il presidente - ha proseguito il legale - di certo abbia compreso il disagio psichico del mio assistito. Sarà mia cura comunicare immediatamente al mio assistito la notizia»
la stampa 22 dicembre 2009

NUCLEARE: IDV E PD PRESENTANO QUESITI PER REFERENDUM

Nucleare/ Dal governo le norme per individuare siti per centrali

23:02 - ECONOMIA- 22 DIC 2009

Nucleare/ Dal governo le norme per individuare siti per centrali

No del Pd. Idv: presentati questiti per il referendum
Roma, 23 dic. (Apcom) - E' arrivato il via libera del Consiglio dei ministri al decreto legislativo sull'energia nucleare. Il provvedimento definisce i criteri per individuare i siti delle future centrali atomiche e le compensazioni per le comunità locali. Il ministro della Difesa, Ignazio la Russa, ha poi sottolineato che in questa versione approvata del decreto non ci sono più riferimenti diretti ai siti militari, anche se "questo non vuol dire che i siti militari sono esclusi, nessun sito è escluso". Immediata la reazione negativa del Pd. "Il governo ha deciso di riportare indietro il nostro Paese: il nucleare, allo stato attuale della tecnologia, non è una soluzione adeguata. Ha costi elevati, tempi molto lunghi, rischi per la salute dei cittadini e per l'ambiente" afferma Stella Bianchi responsabile Ambiente della segreteria del Pd. "Non vedo l'utilità e il senso. Credo che questa operazione ci distragga da quello che dovremmo fare" dice il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, durante la registrazione di Porta a Porta. L'Italia dei Valori ha presentato i quesiti per il referendum contro il nucleare annuncia in una nota Paolo Brutti, Responsabile Ambiente dell'Idv. "I quesiti sono stati presentati giovedì della scorsa settimana, certi che il Governo stava per preparare il pacco nucleare per il Natale radioattivo degli italiani. Se il Governo si adoperasse con la stessa determinazione che ostenta sulle centrali nucleari per affrontare i problemi dell'emergenza economica, occupazionale e ambientale, forse la condizione di vita degli italiani non sarebbe così a rischio come lo è ora".

sabato 19 dicembre 2009

Statuine Presepe: Arriva Berlusconi insanguinato

Berlusconi insanguinato sul presepe: pastore particolare a San Gregorio Armeno

Silvio Berlusconi insanguinato dopo l'aggressione di Milano: è questo l'ultimo "pastore" ad apparire sul presepe napoletano a San Gregorio Armeno. Berlusconi ferito è disponibile in diverse versioni.
articolo del 17 dicembre 09

Berlusconi ferito finisce sul presepe. E' l'ultimo pastore arrivato a San Gregorio Armeno, la popolare strada di Napoli. Berlusconi insaguinatodopo l'aggressione a Milano attuata da Massimo Tartaglia è disponibile in più versioni (vedi foto).

San Gregorio Armeno mai come quest'anno presenta pastori molto al passo coi tempi, testimoni delle vicende di cronaca politica e giudiziaria. Oltre a Berlusconi hanno fatto la loro comparsa Piero Marrazzo e alcuni dei trans coinvolti nel caso dell'ex governatore della Regione Lazio, ad esempio.

Il premier insanguinato è stato "sfornato" a tempo di record dall'artigiano di San Gregorio Armeno Ferrigno, nella sua bottega Pastori con le Mani Pulite. Le versioni disponibili di Berlusconi sono diverse: si va da quello sorridente che perde sangue a uno meno contento per l'aggressione subita.

Giovanni Carzana

ciaopeople \7 dicembre 2009

lunedì 14 dicembre 2009

Morte Brenda:saliva e graffi sul suo corpo

Saliva e graffi sul corpo di Brenda:ora è possibile il confronto dei Dna


ROMA (11 dicembre) - Una consulenza genetica e biologica sarà effettuata sulle tracce di saliva trovate dalla polizia scientifica sul corpo di Brenda, la transessuale trovata morta il 20 novembre scorso a Roma nel suo monolocale in via Due Ponti e sulla cui morte la procura della capitale ha aperto un fascicolo per omicidio.

Dai residui di saliva sarà estrapolato il dna e messo a confronto con quello prelevato, tramite tampone, da altre persone tra cui le trans Barbara e Claudia. Sul cadavere di Brenda sono stati rilevati dai consulenti della procura numerosi graffi, la cui natura è oggetto anche in questo caso di una consulenza. Alcune tracce di saliva sono state repertate attorno ai graffi.
il messaggero 14 dicembre 2009

domenica 13 dicembre 2009

BERLUSCONI A BRUXELLES DISEGNA MUTANDE DA DONNA:IMBARAZZO GENERALE

Durante un recente incontro di capi di governo Ue ha fatto disegnini di biancheria intima poi ha passato i bozzetti agli altri premier perché potessero apprezzarli
Berlusconi, imbarazzo a Bruxelles al vertice disegna mutande da donna
Fra i presenti c'erano Gordon Brown, Angela Merkel, Nicolas Sarkozy
Sul Mail on Sunday i commenti dei lettori: "Che buffone di leader hanno gli italiani"
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA - Silvio Berlusconi ne avrebbe combinata un'altra delle sue, una nuova gaffe internazionale in grado di suscitare ilarità o indignazione, a seconda dei punti divista, da parte dei leader mondiali. Il primo ministro italiano, secondo quanto rivela il Mail on Sunday, ha scarabocchiato disegnini di "mutande femminili nel corso della storia" durante un recente vertice di capi di governo dell'Unione Europa a Bruxelles e poi ha passato i suoi bozzetti agli altri premier affinché potessero apprezzarli.

I leader della Ue stavano discutendo le questioni relative al cambiamento climatico in vista del summit di Copenhagen, in particolare la possibilità di dare maggiori aiuti in denaro alle nazioni povere del Terzo Mondo per combattere gli effetti del surriscaldamento globale, quando hanno notato che Berlusconi era intento a vergare qualcosa con impegno su dei fogli di carta. In un primo momento, scrive il giornale domenicale britannico, pensavano che facesse dei calcoli per dare il suo contributo al dibattito sulla complessa trattativa. Ma poi si sono resi conto che il premier italiano stava invece disegnando mutandine femminili.

Una fonte avrebbe detto al Mail che i disegnini, fatti passare di mano in mano agli altri leader presenti, includevano biancheria intima femminile usata da "donne egiziane, mutandoni dell'era vittoriana britannica, slip di seta di stile francese, tanga e g-string", sotto il titolo "Mutandine da donna attraverso i secoli". Riporta una fonte interpellata dal Mail: "Nessuno poteva crederci. Lui stava scarabocchiando rapidamente e poi ha messo in giro i suoi disegnini di mutandine femminili. Alcuni erano divertiti. Altri no".

Tra i leader che partecipavano alla discussione, svoltasi venerdì a Bruxelles, afferma il Mail on Sunday, c'erano il premier britannico Gordon Brown, il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy, il premier irlandese Brian Cowen e la baronessa Cathy Ashton, nuovo ministro degli Esteri della Ue. Secondo il Mail i disegnini sono arrivati anche sul tavolo di Brown, che sembra averli tuttavia ignorati.

L'articolo sul sito del giornale conservatore britannico ha provocato decine di commenti da parte dei lettori. "Che buffone di leader hanno gli italiani!", è uno. "E' ora di constringerlo a fargli fare delle docce fredde", commenta un secondo. "Ricordiamoci di queste cose quando ci lamentiamo di Gordon Brown", osserva un terzo. "Ci vuole un italiano per ravvivare gli incontri della Ue", scrive un altro. "Poveri italiani, che leader imbarazzante" è ancora un dei commenti pervenuti al Mail.
(La Repubblica 13 dicembre 2009)

Berlusconi contestato e colpito a volto (video 13 dicembre 2009)





YOUTUBE/ Video - Berlusconi contestato a Milano risponde urlando “Vergogna!”. Poi viene colpito al volto
Berlusconi colpito e sanguinante, video Rai


domenica 13 dicembre 2009

YOUTUBE - Silvio Berlusconi in video è stato interrotto da una decina di persone che lo contestavano mentre stava tenendo il suo discorso in Piazza Duomo a Milano. Dai contestatori sono partite alcune grida tra cui “Vergogna”. E Berlusconi ha così risposto: «Qua ci sono dei ragazzi che ci contestano. Vedete perché siamo qui e stiamo in campo? Perché noi queste cose non le faremmo mai con voi. Perché noi siamo gente libera, abbiamo uno spirito liberale. Noi vi lasceremmo esprimere le vostre cose, in un pacato dialogo tra noi. Per questo dobbiamo contrapporci a voi: perché voi vorreste trasformare l’Italia in una piazza urlante, che inveisce, che insulta, che condanna. Vergogna! Vergogna! Vergogna!».

I contestatori hanno quindi cominciato a urlargli «Buffone!», ma i sostenitori del Premier hanno cominciato a urlare: «Silvio, Silvio», sovrastando così le contestazioni. A questo punto Berlusconi ha detto: «Riprendiamo il nostro dialogo tra persone per bene. Diffidate sempre da chi è sempre così, da chi non ha autoironia, da chi si prende troppo sul serio, da chi è sempre arrabbiato, da chi non sa sorridere, da chi non sa amare».



Silvio Berlusconi dopo la manifestazione è stato però colpito al volto da un pugno. Secondo i testimoni, il premier si è accasciato per terra ed è stato immediatamente caricato in auto. Il responsabile del gesto, un uomo, è stato fermato e portato in questura. In un primo momento si era diffusa la voce che avesse colpito il premier con una riproduzione in miniatura del Duomo. L'oggetto è caduto dalle mani dell'uomo quando lo hanno fermato e non è escluso che lo avesse stretto nel pugno quando ha colpito.
fonte

Berlusconi colpito al volto da una statuetta del duomo

Mentre firmava autografi alla folla

Milano, Berlusconi colpito al viso. Fermato un uomo di 42 anni




Note di Patuirnio : al TG3 un testimone riferisce che a Berlusconi è stata tirata un souvenir di Milano, forse una statuetta, o comunque un oggetto pesante.

Silvio Berlusconi
ultimo aggiornamento: 13 dicembre, ore 19:28
Milano - (Adnkronos/Ign) - Il presidente del Consiglio è stato raggiunto al volto da una persona che aveva in mano una statuina del Duomo. Sanguinava copiosamente, è stato medicato all'ospedale San Raffaele. Di Pietro. ''Sono contro la violenza ma premier è istigatore'''. Prima dell'aggressione il discorso del Cavaliere: "Maggioranza unita e governo forte. Il Pdl è un partito democratico, tutte le decisioni vengono prese dagli organi preposti, non siamo un'oligarchia''. Sulla mafia: ''Da noi lotta senza quartiere più di chiunque altro''. Poi lancia Formigoni alla Regione e annuncia: ''Anche Santanché e Storace saranno nel Pdl''.

Milano, 13 dic. (Adnkronos/Ign) - Silvio Berlusconi è stato colpito al volto mentre firmava gli autografi al termine del suo comizio. Il presidente del Consiglio, che subito dopo l'aggressione sanguinava copiosamente dalla bocca, è stato portato via dalla piazza in macchina ed è stato medicato all'ospedale San Raffaele.









Milano, Berlusconi colpito al viso
Identificato e fermato l'aggressore

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è stato colpito al viso da un manifestante scendendo dal palco dove ha tenuto un comizio in piazza Duomo a Milano. Il premier, colpito da un oggetto, aveva il naso e il labbro inferiore sanguinanti. Berlusconi è salito in auto ed è stato condotto all'ospedale San Raffaele per le medicazioni. Il ministro La Russa ha dichiarato che l'autore del gesto è stato fermato e identificato.

Centrato al volto dal lancio di un oggetto, probabilmente una miniatura del Duomo, in un primo momento Silvio Berlusconi si è accasciato a terra, poi si è rialzato ed è salito in auto stando qualche momento sul predellino a salutare i sostenitori. Al San Raffaele è stato visitato dai suoi medici di fiducia.

L'uomo, di apparente età tra i 40 e i 50 anni, con indosso un piumino beige, è stato subito fermato e condotto in questura per essere interrogato.

La Russa: "Aggressore sottratto al linciaggio"
"Il premier è stato colpito al viso con un pugno da una persona che sembrava avere in mano un oggetto ed è stata immediatamente fermata" ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che era a un metro di distanza dal premier. "L'aggressore - ha detto La Russa - l'abbiamo preso immediatamente, grazie alla polizia che l'ha letteralmente sottratto al linciaggio della folla. Se non ci fossero stati loro - ha detto ancora un La Russa visibilmente alterato - ne sarebbero rimasti soltanto pezzetti".

La gente scioccata
I testimoni dell'aggressione dicono tutti di essere scioccati. Il premier stava, infatti, salutando alcuni dei simpatizzanti dando loro la mano quando lo hanno visto accasciarsi.

Bossi: "Un atto di terrorismo"
"Quello che hanno fatto a Berlusconi è un atto di terrorismo" ha detto il ministro Umberto Bossi. "Si sentiva un clima pesante da tempo - ha detto Bossi - E quello che è accaduto oggi è un segnale preoccupante".

Da Bersani ferma condanna
"Un gesto inqualificabile che va fermamente condannato". Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.

La solidarietà dell'Anm
"Solidarietà al premier" accompagnata dal "ripudio di ogni forma di violenza che si sostituisca al confronto delle idee". Questi i sentimenti espressi dal presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, appena appresa la notizia dell'aggressione.
tgcom 13 dicembre 2009

venerdì 11 dicembre 2009

Arrestato a Parigi il trans Michelle

CASO MARRAZZO

Ma ci sono dubbi che sia quello del video
Non si ha la certezza che la persona sia quella che compare nelle immagini con Brenda e l'ex governatore

ROMA - Michelle, che sarebbe il trans apparso nel secondo video di Marrazzo insieme a Brenda, è stato arrestato questa mattina a Parigi. Ma emergono incertezze sull'identità del viado amico e convivente di Brenda. Michelle si era trasferito da Roma a Parigi nel luglio scorso, prima che scoppiasse lo scandalo Marrazzo. Certamente la persona arrestata è la stessa «intervistata dal settimanale «Oggi» lo scorso mercoledì. La procura di Roma aveva avuto contatti con l'autorità giudiziaria francese per raggiungere la transessuale Michelle ma probabilmente si tratta di una persona che si spaccia per Michelle, forse per guadagnare denaro.

ARRESTO - Secondo quanto riferisce all'Adnkronos l'inviata de «La vita in diretta» Antonella del Prino, il trans, all'anagrafe Carlos dos Santos, si era trasferito nella capitale francese da luglio e al momento dell'arresto si trovava a casa dell'amica Luciana. Nove agenti di polizia sono arrivati davanti all'abitazione, nei pressi di porte de Saint-Cloud intorno alle nove a bordo di tre veicoli, mentre Michelle ancora dormiva. Dopo aver bussato alla porta e aver chiesto le generalità ai due trans, hanno prelevato Michelle e l'amica e le hanno portate al commissariato di Perechese. Dopo un primo interrogatorio gli agenti hanno rilasciato Luciana e trattenuto Michelle ufficialmente «per motivi di immigrazione clandestina».

ESAME DEI TAMPONI - Mentre proseguono gli accertamenti, che probabilmente si concluderanno entro 10 giorni sul contenuto dei file del computer del trans Brenda trovato morto il 20 novembre scorso nell'appartamento di via Due Ponti, gli investigatori sviluppano le indagini per identificare chi possa essere implicato nella vicenda, sempre nell'ipotesi che ci si trovi di fronte ad un delitto. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pubblico ministero Rodolfo Sabelli, dopo aver disposto nei giorni scorsi il sequestro di indumenti del trans Barbara, amico di Brenda, prelevandogli un tampone salivare e vari indumenti, stanno valutando se lo stesso prelievo di saliva debba essere fatto per almeno altri 4 travestiti.

IL COMPUTER - Intanto gli investigatori hanno ascoltato anche un amico della transessuale Brenda che ha riferito di essere stato contattato alcuni mesi fa per cancellare alcuni file del suo computer. L'operazione però non è stata portata a termine per una lite in merito al compenso da percepire.


CORRIERE DELLA SERA 10 dicembre 2009

OBAMA,DISCORSO NOBEL PER LA PACE,OSLO: TESTO INTEGRALE (ITALIANO)

Il discorso di Obama a Oslo "Una pace giusta e duratura" Le parole del presidente degli Stati Uniti in occasione dell'accettazione del premio Nobel per la pace: "A confronto di alcuni dei giganti della storia che hanno ricevuto questo premio i miei successi sono poca cosa"

Vostra maestà, vostra altezza reale, illustri membri del Comitato norvegese per il premio Nobel, cittadini americani e cittadini del mondo intero:

ricevo questo onorificenza con profonda gratitudine e grande umiltà. È un premio che parla alle nostre aspirazioni più alte, che ci dice che, pur con tutta la crudeltà e le difficoltà del nostro mondo, non siamo unicamente prigionieri del fato. Quello che facciamo conta, e possiamo piegare la storia nel senso della giustizia.

Ma sarei negligente se sorvolassi sulle forti polemiche che ha suscitato vostra generosa decisione. In parte queste polemiche nascono dal fatto che io sono all'inizio, e non al termine, delle mie fatiche. A confronto di alcuni dei giganti della storia che hanno ricevuto questo premio - Schweitzer e King, Marshall e Mandela - i miei successi sono poca cosa. E poi ci sono gli uomini e le donne in tutto il mondo che vengono incarcerati e picchiati perché cercano giustizia, ci sono quelli che lavorano duramente nelle organizzazioni umanitarie per alleviare le sofferenze, ci sono quei milioni senza nome che con i loro atti silenziosi di coraggio e di compassione sono di ispirazione anche per il più cinico degli individui. Non posso contestare le ragioni di chi sostiene che questi uomini e queste donne - alcuni noti, altri sconosciuti a chiunque tranne che a quelli che ricevono il loro aiuto - meritano questo riconoscimento molto più di quanto non lo meriti io.

Ma forse il problema maggiore è che io sono il comandante in capo di una nazione impegnata in due guerre. Una di queste guerre sta lentamente esaurendosi. L'altra è un conflitto che l'America non ha cercato, un conflitto a cui prendono parte insieme a noi altri quarantatré Paesi, compresa la Norvegia, nel tentativo di difendere noi stessi e tutte le nazioni da ulteriori attacchi.

Ciò non toglie però che siamo in guerra e che io sono responsabile del dispiegamento sul fronte, in una terra lontana, di migliaia di giovani americani. Alcuni di loro uccideranno. Alcuni saranno uccisi. Per questo vengo qui con l'acuta consapevolezza di quale sia il costo di un conflitto armato, carico di difficili interrogativi sul rapporto fra guerra e pace e sui nostri sforzi per sostituire la prima con la seconda.

Non sono interrogativi nuovi. La guerra, in una forma o nell'altra, ha accompagnato l'uomo fin dalle origini. Agli albori della storia nessuno ne metteva in discussione la moralità: la guerra era semplicemente un fatto, come la siccità o la malattia; era il modo con cui le tribù e poi le civiltà cercavano di acquisire potere e risolvevano le loro divergenze.

Col tempo, mentre i codici giuridici cercavano di mettere sotto controllo la violenza all'interno dei gruppi, filosofi, uomini di chiesa e statisti cercavano di regolamentare la forza distruttiva della guerra. Emerse il concetto di "guerra giusta", che sottintendeva che la guerra è giustificata solo quando rispetta determinate condizioni: e cioè se viene mossa come ultima ratio o per autodifesa, se la forza usata è proporzionata e se, nei limiti del possibile, i civili vengono risparmiati dalle violenze.

Raramente nella storia si è vista una guerra che rispondesse al concetto di guerra giusta. La capacità degli esseri umani di inventare nuovi modi per ammazzarsi a vicenda si è rivelata inesauribile, al pari della nostra capacità di escludere dalla compassione chi ha un aspetto diverso o prega un Dio diverso. Le guerre fra eserciti hanno lasciato il posto alle guerre fra nazioni, guerre totali dove la distinzione fra combattenti e civili diventava meno netta. Nell'arco di trent'anni, per due volte questo continente è precipitato nel gorgo della carneficina. E benché sia difficile immaginare una causa più giusta della sconfitta del Terzo Reich e delle potenze dell'Asse, la seconda guerra mondiale fu un conflitto dove il numero complessivo delle vittime fra i civili superò quello dei soldati caduti.

Sulla scia di una distruzione tanto vasta, e con l'avvento dell'era nucleare, divenne chiaro sia ai vincitori che ai vinti che il mondo aveva bisogno di istituzioni che prevenissero un'altra guerra mondiale. E così, venticinque anni dopo la bocciatura da parte del Senato americano della Lega delle Nazioni (un'idea per la quale Woodrow Wilson vinse questo premio), l'America guidò il mondo alla costruzione di un'architettura per mantenere la pace: il piano Marshall e le Nazioni Unite, strumenti per regolare la guerra, trattati per difendere i diritti dell'uomo, impedire genocidi e limitare le armi più pericolose.

Sotto molti punti di vista, questi sforzi ebbero successo. Sì, sono state combattute guerre terribili e sono state commesse atrocità. Ma non c'è stata nessuna terza guerra mondiale. La guerra fredda si è conclusa con folle entusiaste che distruggevano un muro. I commerci hanno legato insieme gran parte del pianeta. Miliardi di individui sono usciti dalla povertà. Gli ideali di libertà, autodeterminazione, uguaglianza e Stato di diritto si sono fatti timidamente strada. Noi siamo gli eredi della forza d'animo e della lungimiranza delle generazioni passate, ed è un'eredità di cui il mio Paese va giustamente fiero.

Ora che è passato un decennio dall'inizio del nuovo secolo, questa vecchia architettura comincia a cedere sotto il peso di nuove minacce. Il mondo forse non trema più al pensiero di una guerra fra due superpotenze nucleari, ma la proliferazione delle armi nucleari rischia di rendere più probabile una catastrofe. Il terrorismo è un'arma tattica usata da molto tempo, ma la tecnologia moderna consente a pochi, piccoli uomini con una rabbia smisurata di assassinare un numero terrificante di innocenti.

Inoltre, le guerre fra nazioni sono sostituite sempre più dalle guerre all'interno delle nazioni. La resurrezione di conflitti etnici o settari, la crescita di movimenti secessionistici, guerriglie e Stati allo sbando intrappolano sempre di più i civili in un caos senza fine. Nelle guerre odierne vengono uccisi molti più civili che soldati: si gettano i semi di conflitti futuri, si devasta l'economia, si lacera la società civile, si accumulano i profughi e si lasciano segni indelebili sui bambini.

Non ho qui con me, oggi, una soluzione definitiva ai problemi della guerra. Quello che so è che per affrontare queste sfide servirà la stessa capacità di visione, lo stesso duro lavoro, la stessa perseveranza di quegli uomini e di quelle donne che alcuni decenni fa hanno agito con tanto coraggio. E servirà un ripensamento dei concetti della guerra giusta e degli imperativi di una pace giusta.

Dobbiamo partire della consapevolezza di una verità difficile da mandare giù: non riusciremo a sradicare il conflitto violento nel corso della nostra vita. Ci saranno occasioni in cui le nazioni, agendo individualmente o collettivamente, troveranno non solo necessario, ma moralmente giustificato l'uso della forza.

Dico questa cosa pensando a quello che disse anni fa, in questa stessa cerimonia, Martin Luther King: "La violenza non porta mai una pace permanente. Non risolve nessun problema della società, anzi ne crea di nuovi e più complicati". Io, che sono qui come conseguenza diretta dell'opera di una vita del reverendo King, sono la testimonianza vivente della forza morale della nonviolenza. Io so che non c'è nulla di debole, nulla di passivo, nulla di ingenuo, nelle idee e nella vita di Gandhi e di Martin Luther King.

Ma in quanto capo di Stato che ha giurato di proteggere e difendere la mia nazione non posso lasciarmi guidare solo dai loro esempi. Devo affrontare il mondo così com'è e non posso rimanere inerte di fronte alle minacce contro il popolo americano. Perché una cosa dev'essere chiara: il male nel mondo esiste. Un movimento nonviolento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non potrebbero convincere i leader di al Qaeda a deporre le armi. Dire che a volte la forza è necessaria non è un'invocazione al cinismo, è un riconoscere la storia, le imperfezioni dell'uomo e i limiti della ragione.

Sollevo questo punto perché in molti Paesi oggi c'è una profonda ambivalenza sulle azioni militari, qualunque sia la causa che le muove. In certi casi, a questa ambivalenza si aggiunge una diffidenza istintiva nei confronti dell'America, l'unica superpotenza militare del pianeta.

Ma il mondo deve ricordarsi che non sono state solo le istituzioni internazionali, non sono stati solo i trattati e le dichiarazioni a portare stabilità al pianeta dopo la fine della seconda guerra mondiale. A prescindere dagli errori che abbiamo commesso, il dato di fatto puro e semplice è questo: gli Stati Uniti d'America hanno contribuito per più di sessant'anni a proteggere la sicurezza globale, con il sangue dei nostri cittadini e la forza delle nostre armi. Lo spirito di servizio e di sacrificio dei nostri uomini e donne in uniforme ha promosso la pace e la prosperità, dalla Germania alla Corea, e ha consentito alla democrazia di insediarsi in luoghi come i Balcani. Abbiamo sopportato questo fardello non perché cerchiamo di imporre la nostra volontà. Lo abbiamo fatto per interesse illuminato, perché cerchiamo un futuro migliore per i nostri figli e nipoti, e siamo convinti che la loro vita sarà migliore se altri figli e nipoti potranno vivere in libertà e prosperità.

Dunque sì, gli strumenti della guerra contribuiscono a preservare la pace. Ma questa verità deve coesistere con un'altra, e cioè che la guerra, per quanto giustificata possa essere, porterà sicuramente con sé tragedie umane. C'è gloria nel coraggio e nel sacrificio di un soldato, c'è l'espressione di una devozione per il proprio Paese, per la causa e per i commilitoni. Ma la guerra in sé non è mai gloriosa e non dobbiamo mai sbandierarla come tale.

La nostra sfida dunque consiste in parte nel riconciliare queste due verità apparentemente inconciliabili. La guerra a volte è necessaria e la guerra è, a un certo livello, espressione di sentimenti umani. Concretamente, dobbiamo indirizzare i nostri sforzi al compito che il presidente Kennedy invocava molto tempo fa. "Concentriamoci", diceva lui, "su una pace più pratica, più raggiungibile, basata non su un improvviso capovolgimento della natura umana, ma su una graduale evoluzione delle istituzioni umane".

Come dovrebbe essere questa evoluzione? Quali potrebbero essere queste misure pratiche?

Per cominciare, io sono convinto che tutte le nazioni, sia le nazioni forti che le nazioni deboli, devono aderire a dei parametri per regolare l'uso della forza. Io, come ogni capo di Stato, mi riservo il diritto di agire unilateralmente, se necessario, per difendere la mia nazione. Resto tuttavia convinto che aderire a delle regole sia qualcosa che dà maggior forza a chi lo fa e che isola - e indebolisce - chi non lo fa.

Il mondo si è stretto intorno all'America dopo gli attacchi dell'11 settembre e continua a sostenere i nostri sforzi in Afghanistan in virtù dell'orrore suscitato da quegli attacchi insensati e del principio riconosciuto dell'autodifesa. Allo stesso modo, il mondo ha riconosciuto la necessità di affrontare Saddam Hussein quando questi invase il Kuwait, un consenso che inviò un messaggio chiaro a tutti sul prezzo che devi pagare se vuoi compiere un'aggressione.

L'America non può pretendere che gli altri rispettino le regole della strada se lei si rifiuta di rispettarle. Perché quando non lo facciamo le nostre azioni appaiono arbitrarie e minano la legittimità di interventi futuri, non importa se giustificati o meno.

Questo diventa particolarmente importante quando lo scopo dell'azione militare va al di là dell'autodifesa o della difesa di una nazione da un aggressore. Tutti siamo alle prese sempre di più con difficili interrogativi su come impedire massacri di civili da parte del loro stesso governo, o su come fermare una guerra civile che rischia di risucchiare nelle violenze e nelle sofferenze un'intera regione.

Io sono convinto che l'uso della forza possa essere giustificato per ragioni umanitarie, come è stato nei Balcani o in altri posti segnati dalla guerra. Restare a guardare lacera la nostra coscienza e può condurre a interventi più costosi in un secondo momento. Ecco perché tutte le nazioni responsabili devono accettare il ruolo che possono giocare le forze armate, con un mandato chiaro, per il mantenimento della pace.

L'impegno dell'America nei confronti della sicurezza del mondo non verrà mai meno. Ma in un mondo dove le minacce sono più diffuse, e le missioni più complesse, l'America non può agire da sola. Questo vale per l'Afghanistan. Questo vale per Stati allo sbando come la Somalia, dove il terrorismo e la pirateria si accompagnano a fame e sofferenze. E purtroppo continuerà a valere ancora per anni a venire nelle regioni instabili.

I dirigenti e i soldati dei Paesi della Nato, e di altri Paesi amici e alleati, dimostrano questa verità attraverso la capacità e il coraggio di cui hanno dato prova in Afghanistan. Ma in molti Paesi c'è uno scollamento fra gli sforzi delle truppe e l'ambivalenza della cittadinanza. Io capisco i motivi dell'impopolarità della guerra. Ma so anche questo: pensare che la pace sia auspicabile di solito non basta per ottenere la pace. La pace richiede responsabilità. La pace comporta sacrificio. Ecco perché la Nato resta indispensabile. Ecco perché dobbiamo rafforzare le operazioni di peacekeeping dell'Onu e regionali, e non lasciare che siano pochi Paesi a farsene carico. Ecco perché rendiamo omaggio a chi ritorna a casa da operazioni di peacekeeping e addestramento, a Oslo e a Roma, a Ottawa e a Sydney, a Dacca e a Kigali: rendiamo omaggio a queste persone non come costruttori di guerra, ma come edificatori di pace.

Voglio dire un'ultima cosa sull'uso della forza. Anche quando prendiamo la difficile decisione di cominciare una guerra, dobbiamo pensare chiaramente a come questa guerra va combattuta. Il Comitato per il Nobel lo riconobbe assegnando il primo Nobel per la pace a Henry Dunant, il fondatore della Croce rossa e uno dei principali promotori delle Convenzioni di Ginevra.

Laddove è necessario usare la forza, abbiamo un interesse morale e strategico ad attenerci a determinate regole di comportamento. E anche quando affrontiamo un avversario crudele, che non rispetta nessuna regola, sono convinto che gli Stati Uniti debbano continuare a farsene portatori. È questo che ci rende diversi da coloro che combattiamo. È anche da qui che ricaviamo la nostra forza. È per questo che ho vietato la tortura. È per questo che ho ordinato la chiusura della prigione di Guantánamo. Ed è per questo che ho riaffermato l'impegno dell'America al rispetto delle Convenzioni di Ginevra. Perdiamo noi stessi quando scendiamo a compromessi proprio su quegli ideali che lottiamo per difendere. E onoriamo quegli ideali se li rispettiamo non soltanto quando è facile farlo, ma anche quando è difficile.

Ho parlato degli interrogativi che dobbiamo tenere presenti nel cuore e nella mente quando scegliamo di muovere guerra. Ma ora voglio soffermarmi sugli sforzi che possiamo fare per evitare scelte tanto tragiche, e voglio parlare di tre vie per costruire una pace giusta e duratura.

La prima riguarda l'approccio da adottare nei confronti di quelle nazioni che violano le regole e le leggi: sono convinto che dobbiamo sviluppare alternative alla violenza che siano sufficientemente efficaci da modificare i comportamenti, perché se vogliamo una pace duratura allora le parole della comunità internazionale devono avere un significato. Quei regimi che violano le regole devono essere chiamati a risponderne. Le sanzioni devono essere realmente incisive. All'intransigenza bisogna rispondere con un incremento della pressione, e una pressione di questo genere può esistere solo quando il mondo si presenta unito.

Un esempio urgente è lo sforzo per prevenire la diffusione delle armi nucleari e per arrivare a un mondo senza bombe atomiche. A metà del secolo scorso, le nazioni accettarono di essere vincolate da un trattato i cui termini sono chiari: tutti avranno accesso all'energia nucleare a scopi civili, chi non ha armi nucleari rinuncerà ad averle e chi ha armi nucleari si impegnerà a eliminarle. Io mi impegno perché questo trattato sia rispettato. È un punto centrale della mia politica estera e sto lavorando insieme al presidente russo Medvedev per ridurre gli arsenali nucleari in possesso dei nostri due Paesi.

Ma è dovere di tutti noi insistere perché nazioni come l'Iran e la Corea del Nord non giochino d'azzardo col sistema. Chi afferma di rispettare il diritto internazionale non può distogliere lo sguardo quando le sue regole vengono trasgredite apertamente. Chi ha a cuore la propria sicurezza non può ignorare il pericolo di una corsa agli armamenti in Medio Oriente o nell'Asia orientale. Chi cerca la pace non può restarsene inerte mentre altre nazioni si armano per una guerra nucleare.

Lo stesso principio si applica a chi viola il diritto internazionale per brutalizzare il proprio stesso popolo. Il genocidio nel Darfur, gli stupri sistematici nel Congo o la repressione in Birmania non possono rimanere senza conseguenze. E più saremo uniti, meno ci troveremo a dover scegliere fra l'intervento armato e la complicità nell'oppressione.

Questo mi conduce a un secondo punto: il tipo di pace che vogliamo. Perché la pace non è solamente l'assenza di conflitto aperto. Solo una pace giusta basata sui diritti intrinseci e sulla dignità di ogni individuo può essere veramente duratura.

Fu questa l'intuizione alla base della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, dopo la seconda guerra mondiale. Sulla scia delle devastazioni lasciate dal conflitto, quelle persone riconobbero che senza protezione dei diritti umani la pace è una promessa vuota.

Eppure troppo spesso queste parole vengono ignorate. In alcuni Paesi, il mancato rispetto dei diritti umani viene giustificato con la falsa tesi che questi princìpi sono figli dell'Occidente e che sono estranei alla cultura locale o a determinate fasi dello sviluppo di una nazione. E all'interno dell'America c'è da tempo tensione fra chi si autodefinisce realista e chi si autodefinisce idealista, una tensione che lascia intendere un'alternativa drastica fra il perseguimento meschino di interessi e una campagna infinita per imporre i nostri valori.

Io rifiuto questa scelta. Sono convinto che la pace è instabile laddove ai cittadini viene negato il diritto di parlare liberamente o di venerare il dio che preferiscono, di scegliere i propri leader o di riunirsi senza pericolo. Il risentimento represso si inasprisce, e la repressione dell'identità tribale o religiosa può produrre violenza. Noi sappiamo che è vero anche il contrario. Solo quando è diventata libera l'Europa ha finalmente trovato la pace. L'America non ha mai combattuto una guerra contro un Paese democratico e i nostri amici più stretti sono governi che proteggono i diritti dei loro cittadini. Negare le aspirazioni degli esseri umani non è nell'interesse dell'America (e nemmeno del mondo), per quanto cinica e ristretta possa essere la definizione di interesse che viene adottata.

Quindi, pur rispettando la cultura specifica e le tradizioni dei diversi Paesi, l'America spezzerà sempre una lancia in favore di quelle aspirazioni che sono universali. Daremo testimonianza della silenziosa dignità di riformatori come Aung San Suu Kyi, del coraggio degli abitanti dello Zimbabwe che vanno a votare nonostante i pestaggi, delle centinaia di migliaia di persone che hanno sfilato silenziosamente per le strade dell'Iran. È significativo che i leader di questi governi temano più le aspirazioni del loro stesso popolo che il potere di un'altra nazione. Ed è dovere di tutti i popoli liberi e di tutte le nazioni libere far capire a questi movimenti che la speranza e la storia sono dalla loro parte.

Voglio dire anche un'altra cosa: promuovere i diritti umani non può voler dire limitarsi all'esortazione. A volte questa va affiancata da una scrupolosa azione diplomatica. Lo so che trattare con regimi repressivi non consente l'appagante purezza dell'indignazione. Ma so anche che le sanzioni senza la sensibilizzazione - e la condanna senza dialogo - possono produrre un immobilismo disastroso. Nessun regime repressivo sceglierà di percorrere una strada nuova se non gli si lascerà una porta aperta.

Di fronte agli orrori della Rivoluzione Culturale, l'incontro di Nixon con Mao appare imperdonabile, eppure sicuramente quell'incontro ha contribuito a spingere la Cina lungo una strada che ha consentito a milioni di suoi cittadini di uscire dalla povertà e di entrare in contatto con le società aperte. Il dialogo di papa Giovanni Paolo II con il regime polacco ha creato spazi non solo per la Chiesa cattolica, ma anche per leader sindacali come Lech Walesa. Gli sforzi di Ronald Reagan per la riduzione degli armamenti e l'appoggio alla perestrojka non servirono solo a migliorare i rapporti con l'Unione Sovietica, ma diedero più forza ai dissidenti in tutta l'Europa orientale. Non c'è una formula unica. Dobbiamo fare del nostro meglio per bilanciare isolamento e dialogo, pressioni e incentivi, per favorire il progresso nel tempo dei diritti umani e della dignità.

In terzo luogo, una pace giusta non include solo i diritti civili e politici, deve includere la sicurezza economica e l'opportunità. Perché pace giusta non vuol dire solo libertà dalla paura, ma libertà dal bisogno.

È indubbiamente vero che raramente c'è sviluppo stabile senza sicurezza; è vero anche che la sicurezza non esiste laddove gli esseri umani non hanno accesso a cibo a sufficienza, o all'acqua pulita, o alle medicine di cui hanno bisogno per sopravvivere. Non esiste laddove i bambini non possono aspirare a un'istruzione decente o a un lavoro che permetta di mantenere una famiglia. L'assenza di speranza può corrodere una società dell'interno.

Ecco perché aiutare i contadini a dare da mangiare alla loro famiglia, o aiutare le nazioni a dare un'istruzione ai loro figli e a curare i malati, non è pura e semplice carità. Ecco anche perché il mondo deve unirsi per combattere i cambiamenti climatici. Quasi tutti gli scienziati concordano che se non faremo nulla ci troveremo a fare i conti con altre siccità, altre carestie e altre migrazioni di massa, che alimenteranno altri conflitti per decenni. Per questo non sono solo gli scienziati e gli ambientalisti a chiedere un'azione pronta e decisa, sono i vertici delle forze armate nel mio Paese e in altri Paesi, che capiscono che in palio c'è la sicurezza di tutti.

Accordi fra nazioni. Istituzioni forti. Difesa dei diritti umani. Investimenti nello sviluppo. Sono tutti ingredienti fondamentali per realizzare quell'evoluzione di cui parlava Kennedy. Ma io sono convinto che non avremo la volontà, o la perseveranza, di portare a termine questo compito senza qualcosa di più, e questo qualcosa è l'espansione costante della nostra immaginazione morale, la convinzione che c'è qualcosa di irriducibile che ci accomuna tutti.

Man mano che il mondo diventa più piccolo, dovrebbe diventare più facile per gli esseri umani riconoscere quanto siamo simili, capire che fondamentalmente vogliamo tutti le stesse cose, che speriamo tutti di avere la possibilità di vivere le nostre vite in modo più o meno felice e realizzato, per noi stessi e per le nostre famiglie.

Ma considerando il ritmo forsennato della globalizzazione e il livellamento culturale che porta la modernità, non c'è da sorprendersi che la gente abbia paura di perdere quello che più ama delle proprie identità specifiche, la razza, la tribù e, forse più forte di tutte, la religione. In alcune zone questa paura ha scatenato dei conflitti. A volte sembra addirittura che stiamo facendo dei passi indietro. Lo abbiamo visto in Medio Oriente, con il conflitto fra arabi ed ebrei che sembra inasprirsi. Lo abbiamo visto in nazioni lacerate dalle divisioni tribali.

La cosa più pericolosa è che lo vediamo nel modo in cui viene usata la religione per giustificare l'omicidio di innocenti da parte di chi distorce e svilisce la grande religione islamica, quelli che hanno attaccato il mio Paese dall'Afghanistan. Questi estremisti non sono i primi a uccidere nel nome di Dio: le atrocità delle Crociate sono ben note. Ma ci ricordano che nessuna guerra santa può essere una guerra giusta. Perché se credi veramente di stare eseguendo il volere divino, allora non hai necessità di mostrare alcun ritegno, non hai necessità di risparmiare la donna incinta, o il medico, o addirittura una persona della tua stessa fede. Una visione tanto distorta della religione non è solo incompatibile con il concetto di pace, ma anche con lo scopo della fede, perché l'unica regola fondamentale di ogni religione importante è fare agli altri quello che vorremmo che gli altri facessero a noi.

Rispettare questa legge d'amore è da sempre lo sforzo fondamentale della natura umana. Siamo fallibili. Commettiamo errori e cadiamo vittime delle tentazioni dell'orgoglio, del potere, e talvolta del male. Anche quelli fra noi che sono animati dalle migliori intenzioni possono non mettere riparo a un torto che viene commesso di fronte a loro.

Ma non abbiamo bisogno di pensare che la natura umana sia perfetta per continuare a credere che la condizione umana possa essere perfezionata. Non dobbiamo vivere in un mondo idealizzato per continuare a perseguire quegli ideali che lo renderanno un posto migliore. La nonviolenza praticata da uomini come Gandhi e come Masrtin Luther King forse non è pratica o non è possibile in tutte le circostanze, ma l'amore che loro hanno predicato, la loro fede nel progresso dell'umanità dev'essere sempre la stella polare che ci guida nel nostro viaggio.

Perché se perdiamo questa fede, se la liquidiamo come qualcosa di stupido o ingenuo, se la separiamo dalle decisioni che prendiamo sulla guerra e sulla pace, allora perdiamo quello che c'è di migliore nell'umanità. Perdiamo il nostro senso di possibilità. Perdiamo la nostra bussola morale.

Come hanno fatto altre generazioni prima di noi, dobbiamo rifiutare quel futuro. Come disse Martin Luther King in questa stessa occasione molti anni fa, "io rifiuto di accettare la disperazione come risposta finale alle ambiguità della storia. Rifiuto di accettare l'idea che la presente natura umana, che preferisce 'le cose come stanno' ci renda moralmente incapaci di conseguire l'eterno 'dover essere' con cui dobbiamo sempre confrontarci".

E dunque, sforziamoci di conseguire il mondo che deve essere, quella scintilla del divino che ancora brilla in ognuna delle nostre anime. Da qualche parte oggi, qui e adesso, un soldato vede che il nemico ha più potenza di fuoco, ma tiene la posizione per conservare la pace.
Da qualche parte, oggi, in questo mondo, un giovane manifestante sa che il suo governo reagirà con la forza bruta, ma ha il coraggio di continuare a marciare. Da qualche parte, oggi, una madre che deve fare i conti con una straziante miseria trova ancora il tempo per insegnare al suo bambino, che è convinto che in un mondo crudele ci sia ancora spazio per i suoi sogni.

Dobbiamo vivere secondo il loro esempio. Possiamo riconoscere che l'oppressione non sarà mai sconfitta, ma nonostante questo continuare a lottare per la giustizia. Possiamo ammettere che la depravazione è impossibile da sconfiggere, ma nonostante questo continuare a lottare per la dignità. Possiamo essere consapevoli che ci sarà la guerra, e nonostante questo continuare a lottare per la pace. Possiamo farlo, perché questa è la storia del progresso umano, questa è la speranza di tutto il mondo; e in questo momento di sfide dev'essere il nostro compito, qui sulla Terra.

(Traduzione di Fabio Galimberti)
(LA REPUBBLICA 10 dicembre 2009)

FONTE

giovedì 10 dicembre 2009

MICHELLE, AMICA DI BRENDA, E' SPARITA (FOTO)



È sparita. Michelle, trans del caso Marrazzo, è praticamente introvabile. L'amica di Brenda, con cui faceva i filmini e le foto, è ricercata da inquirenti, giornalisti e, probabilmente, da qualcuno che non le vuole troppo bene. Per questo sarebbe scappata, come ipotizza anche Novella 2000 , che ne pubblica per la prima volta le foto. La rivista dà un volto anche a Jennifer, trans che era la fidanzata del defunto pusher Cafasso. Gli inquirenti cercano un video, nel Pc di Brenda, che l'ex coinquilina (Michelle) avrebbe girato in una vasca da bagno con Marrazzo. La trans, raggiunta telefonicamente da un giornalista (forse a Parigi) ha detto di non "aver fatto male a nessuno" e di non aver girato nessun filmino
leggo online 10 dicembre 2009

BRENDA:HAKER CANCELLO' DATI PC. SI TENTERA' IL RECUPERO

Brenda, un hacker cancellò i dati del pc
Interrogato in procura un giovane "hacker" brasiliano amico della trans. L'operazione tre mesi fa. Al via la perizia per recuperare i dati

di Maria Elena Vincenzi
Accertamenti tecnici al via, ma è ancora giallo sul computer di Brenda. È stato interrogato ieri un hacker che tre mesi fa avrebbe cancellato tutta la memoria dal pc della trans morta. A chiederlo era stata proprio lei, Brenda, agitata e spaventata.

Dettaglio che rende ancora più complicate le perizie che, proprio ieri, sono iniziate e dureranno circa 15 giorni. I tecnici scelti dalla procura ci metteranno due settimane a capire che cosa ci fosse dentro al portatile di Brenda. Ma stando alle dichiarazioni del tecnico sentito, un ragazzo di origini brasiliane che tutte le trans della zona conoscono perché le aiuta spesso sulle cose informatiche, gli inquirenti non troveranno file molto vecchi: è stato proprio lui, scovato e sentito dai Ros, a raccontare di una telefonata che Brenda gli avrebbe fatto circa tre mesi fa in cui gli chiedeva di andare da lei e aiutarla a cancellare in modo permanente tutti i file sul computer. Richiesta che lui ha esaudito facendo scomparire tutta la memoria del portatile.

Il giovane ai militari ha detto di non sapere il contenuto dei file che ha cancellato e di non conoscerne le motivazioni. Ma, a questo punto, la questione diventa importante: che cosa voleva nascondere per sempre Brenda? Di che cosa voleva che si perdesse ogni traccia? Di che cosa aveva paura?

L'uomo non ricorda con esattezza la data, ma se davvero era tre mesi fa, il "wiping" del computer (la cancellazione di tutta la memoria), sarebbe avvenuta ben dopo l'irruzione dei carabinieri nell'appartamento di Natalì. Quando il caso Marrazzo ancora non era scoppiato sui media, ma già era noto a tutte le trans della zona. Forse, allora, Brenda, una volta saputo del video che girava sul presidente della Regione, ha deciso di liberarsi dei suoi file, magari contenenti altri filmati e altre foto. Impossibile dirlo ora, anche se gli inquirenti confidano di riuscire, attraverso tecniche molto avanzate, a ritrovare qualcosa di quello che l'hacker pensa di aver cancellato.

Ma non è questo l'unico fronte aperto: il procuratore aggiunto, Giancarlo Capaldo, e il pm Rodolfo Sabelli che si occupano dell'inchiesta, hanno anche predisposto il prelievo del dna di Barbara, una delle trans che avrebbe passato con Brenda le sue ultime ore. E presto lo richiederanno anche per le altre persone che nell'ultimo giorno hanno visto la vittima: tracce genetiche che verranno confrontate con quelle trovate nell'appartamento subito dopo l'incendio. Questo perché le dichiarazioni rese ai magistrati dai viados non coincidono e la procura ha scelto questa strada per verificare la loro attendibilità.

Sempre ieri, in via Gradoli 96, nello stesso palazzo dove abita Natalì e dove è stata fatta l'irruzione dei carabinieri che il 3 luglio hanno filmato il video che ritrae Piero Marazzo, è scoppiato un incendio. Una bombola a gas della cucina di un appartamento al secondo piano seminterrato, lo stesso in cui vive la trans, è esploso. Tanta paura per i residenti ma nessun ferito.
(la repubblica 10 dicembre 2009)

martedì 8 dicembre 2009

Marco Mengoni Video X FACTOR: Man in the mirror, L`amore si odia, Notorious, Psycho killer

Napoli, nel presepe Marrazzo e D'Addario Berlusconi e Brunetta

C'è Fini inginocchiato davanti a Berlusconi, c'è Piero Marrazzo con la camicia sporca di rossetto ma anche Patrizia D'Addario seduta sulla poltrona dello studio tv di Porta a Porta. Tutti, a Napoli a San Gregorio Armeno, statuine del presepe. Marco Ferrigno, maestro artigiano, elenca una dopo l'altra le new entry del presepe 2009.

La politica impazza ma, spiega Ferrigno, «lo facciamo soprattutto per sdrammatizzare alcune situazioni». Come il rapporto tra Fini e il premier. «Non a caso abbiamo realizzato Berlusconi con la corona e davanti a lui Fini inginocchiato - dice - così come abbiamo fatto inginocchiare Berlusconi davanti alla moglie Veronica Lario». Fuori dal presepe i trans coinvolti nel caso Marrazzo. C'è, poi, il ministro Tremonti versione Robin Hood, e Bersani e Berlusconi sulla stessa base. I turisti e gli appassionati cosa comprano? «Soprattutto la statuina di Berlusconi versione re e di Brunetta con il cartello 'abbasso i fannulloni'».

L'Unità 07 dicembre 2009

Brenda/ La mamma: Mio figlio è stato assassinato, era minacciato

13:32 - CRONACA- 07 DIC 2009

Aveva ricevuto avvertimento: Vai via o diventerai cibo per pesci
Roma, 7 dic. (Apcom) - "Mio figlio aveva paura. Negli ultimi giorni della sua vita viveva nel terrore e noi lo sapevamo. Aveva ricevuto un avvertimento lo scorso 12 novembre: qualcuno, un certo Giuseppe, gli aveva indirizzato un misterioso messaggio via mail. Lo aveva scritto in portoghese, la nostra lingua. Diceva più o meno così: 'Attenta ragazza, vattene da lì, oppure diventerai cibo per i pesci'". A parlare è Azenete Mendes Paes, la madre della transessuale Brenda, vero nome Wendell, coinvolta nel 'scandalo Marrazzo' e morta per asfissia da fumo nel suo appartamento romano il 19 novembre scorso. In una intervista la cui prima parte è pubblicata nel numero di "Chi" in edicola domani, martedì 8 dicembre, sostiene con sicurezza che la morte di suo figlio è frutto di un delitto. "Perché mio figlio era religiosissimo, non si sarebbe mai dato la morte volontariamente, e la possibilità che l'incendio sia un evento fortuito è, secondo me, praticamente inesistente". E continua: "Una cosa è certa: me l'hanno assassinato, non si è trattato di un suicidio o di un incidente. Sono qui anche per chiedere giustizia per lui. Mi rivolgo al Santo Padre, al vostro presidente della Repubblica e al presidente Berlusconi: è una madre che vi parla, addolorata come Maria ai piedi della croce, anche se mio figlio non era certo un santo".

Morte Brenda, parla Michelle:nuove rivelazioni su Marrazzo

Scritto da Francesco Giappichini • 8 dicembre 2009 • Stampa questo articolo


La travesti brasiliana Michelle, al secolo Antônio Carlos Dos Santos, che divideva il monolocale di via dei Due Ponti con la connazionale Brenda, e protagonista anche lei del caso Marrazzo, da Parigi ha dichiarato: «Io Marrazzo non sapevo neppure chi fosse. Un giorno Brenda mi ha chiesto di andare con lei a casa di una persona importante che voleva fare un’ammucchiata. Non siamo state noi ad avere l’idea di fare un video.

L’ha chiesto lui, era una sua fantasia». Quindi ha chiarito «che il telefonino era quello di Brenda», ma non sa che fine abbia fatto il video. Ha poi aggiunto di non essere affatto irreperibile, e che tutte le sue amiche esano state informate che sarebbe andata a Parigi.
http://musibrasil.net/2009/12/caso-brenda-parla-michelle/

Marina Berlusconi: «Il mio Ambrogino per papà Silvio e mamma Carla»

RA I PREMIATI MALDINI, BERGOMI, MAURIZIO BELPIETRO, DOLCE E GABBANA, L'IMAM DI VIA PADOVA

Marina Berlusconi: «Il mio Ambrogino per papà Silvio e mamma Carla»

Il figlio del commissario Calabresi dedica invece la medaglia d'oro alle vittime di piazza Fontana

MILANO - Marina Berlusconi ha voluto dedicare l'Ambrogino d'Oro appena ricevuto al padre, Silvio Berlusconi, e alla madre Carla Dall'Oglio. Era lei l'ospite più attesa al Teatro Dal Verme il giorno di Sant'Ambrogio, alla cerimonia di consegna delle civiche benemerenze 2009, gli Ambrogini d’Oro. La presidente di Fininvest e Mondadori ha avuto il riconoscimento, secondo la motivazione ufficiale, in quanto «manager di grande successo ed eccellenza milanese». «Dedico questo premio a mio padre e mia madre», ha detto la primogenita del presidente del Consiglio, arrivando al Teatro Dal Verme. «Credo che questo premio non venga dato solo a me - ha aggiunto - ma che sia un premio che riguarda le aziende che fanno parte del nostro gruppo e nelle quali lavoro: riguarda Mediaset, Mondadori e Mediolanum e tutto quello che queste aziende hanno fatto e continuano a fare per Milano, sicuramente in termini di occupazione, ma anche come motore di informazione, di cultura, di innovazione e di modernità».

Ambrogino d'Oro 2009
Ambrogino d'Oro 2009 Ambrogino d'Oro 2009 Ambrogino d'Oro 2009 Ambrogino d'Oro 2009 Ambrogino d'Oro 2009 Ambrogino d'Oro 2009 Ambrogino d'Oro 2009

«ALLE VITTIME DELLA STRAGE» - Mario Calabresi, direttore de «La Stampa» e figlio del commissario Luigi Calabresi ucciso a Milano il 17 maggio 1972, ha invece dedicato l'Ambrogino d'Oro alle vittime della strage di Piazza Fontana: «Le vittime delle stragi sono doppiamente vittime perché i loro nomi non sono ricordati. Voglio ricordare i loro nomi - ha detto -, quattro di loro si chiamavano Carlo, poi c'erano Pietro, Paolo, Luigi, Mario, Giulio, Gianni, Eugenio, Calogero, Vittorio, Girolamo, Attilio, Oreste e Angelo. È importante ricordare la strage di Piazza Fontana perché penso che la stagione del terrorismo e del sangue sia iniziata lì. Ricordare le vittime di Piazza Fontana serve al Paese e alla sua riconciliazione», ha concluso Mario Calabresi, che ha incontrato nuovamente Licia Pinelli, la vedova dell'anarchico Giuseppe, che aveva già incontrato al Quirinale.

«CREARE PICCOLE MOSCHEE» - Medaglia d'oro anche all'imam Mahmoud Asfa, presidente della Casa della cultura islamica di via Padova. «Milano ha bisogno di piccoli luoghi di culto - ha detto Asfa, al termine della cerimonia -. Noi musulmani chiediamo il minimo necessario per poter professare la nostra religione». Ma Asfa, noto per le sue posizioni moderate, ha escluso che la comunità islamica milanese abbia necessità di un partito ispirato alla dottrina religiosa. «Noi siamo contrari al partito islamico - ha detto - crediamo nei partiti italiani e la nostra comunità dà a ciascuno la libertà di iscriversi in qualunque partito italiano».

«A MILANO» - Gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno voluto dedicare il riconoscimento al capoluogo lombardo. «La città - ha spiegato Stefano Gabbana - che ci ha reso famosi e ci ha permesso di lavorare nel mondo della moda». «Vogliamo rivolgere un pensiero - ha detto Gabbana - a tutti coloro che hanno creduto in noi, ma vogliamo dedicare l'Ambrogino a Milano che ci ha reso famosi e ci ha permesso di lavorare nel mondo della moda».

LE PROTESTE - I consiglieri d’opposizione hanno messo in atto un «piccolo e garbato» gesto di protesta: indossare qualcosa di viola, il colore della manifestazione romana del No B-day. Una cravatta, una sciarpa, una semplice spilletta. Fuori dal teatro ci sono state contestazioni da parte di lavoratori precari e «sans papiers» per l'attestato di benemerenza conferito ai vigili del Nucleo tutela trasporto pubblico, che bloccano gli immigrati irregolari sui mezzi.

I PREMIATI - In tutto sono state assegnate trenta medaglie d’oro e 40 attestati, oltre alla Grande medaglia alla memoria per don Carlo Gnocchi e quelle alla memoria per Camilla Cederna e Giovanni Raboni. Tra i premiati le ex bandiere di Milan e Inter Maldini e Bergomi, il giornalista Maurizio Belpietro, l’architetto Stefano Boeri, Davide Rampello della Triennale e Andrée Ruth Shammah del Franco Parenti.


corriere della sera 07 dicembre 2009

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